Fattore Tremonti: dall’Udc al Pdl è partita la corsa per fare fuori Giulio

RomaDopo ventiquattr’ore, di smentite neanche l’ombra. La minaccia, lanciata per interposto Bossi, è rimasta lì, sospesa nell’aria: «Tremonti mi ha detto - ha asserito domenica sera il Senatùr - che se arriva Casini lui si dimette».
Il capo della Lega avverte Berlusconi: nel veto ad un ritorno dei «democristiani» in maggioranza non è solo, il pezzo da novanta del governo è con lui. E il ministro dell’Economia non conferma, ma neppure smentisce: semplicemente, tace. Come peraltro ha fatto durante tutta questa estate rovente, in cui nel centrodestra è successo di tutto e tutti han detto di tutto. Tutti tranne lui: la sua ultima intervista risale al 4 agosto, è stata concessa al Sole 24 Ore e dedicata solo e rigorosamente ai temi che fanno capo al suo dicastero. Alla domanda «è vero che lei vuol fare il premier?», Tremonti rispondeva secco: «Faccio con un certo impegno il ministro dell’Economia e vorrei parlare di economia». Punto. Ieri il segretario dell’Udc Cesa e il finiano Bocchino hanno lanciato a Berlusconi lo stesso (interessato?) avvertimento: guardati da Tremonti. «Il vero problema per il premier non è Fini, ma l’asse fra Bossi e Tremonti, che è sempre più forte», dice Cesa. Ma negli ultimi mesi anche dentro il Pdl è cresciuta una silenziosa corrente anti-Giulio, che guarda con sospetto e diffidenza alle mosse del ministro. Per il grande potere che esercita dentro il governo, per il distacco e la «mancanza di solidarietà» mostrati negli snodi più difficili degli ultimi mesi (a molti non piacque, ad esempio, quella battuta sulla «cassetta di mele marce» venuta fuori con le inchieste su P3 e cricche varie), per l’asse sempre più esplicito con la Lega. «Silvio, Tremonti ormai non si comporta più da ministro del Pdl: fa il portavoce di Bossi dentro il partito», si è lamentato con Berlusconi un alto dirigente Pdl dopo il vertice di venerdì scorso, durante il quale il ministro - raccontano - avrebbe perorato con ardore la causa del voto anticipato. E d’altro canto la mossa del ministro, che ha firmato assieme ai ministri leghisti lo sdegnato comunicato con cui si rifiutava l’invito alla festa del Pd, causa mancata partecipazione del governatore Cota, ha rinfocolato i sospetti sul partito del Nord a guida Tremonti-Bossi. Che presto potrebbe andare alla carica su nomine e candidature: dal ritorno di un leghista al ministero dell’Agricoltura (spostando l’inviso Galan alle Attività Produttive) ai sindaci di Milano, Torino, Bologna. La corrente anti-Giulio del centrodestra paventa scenari - forse fantapolitici - post voto anticipato: se il centrodestra non avesse la maggioranza al Senato, la Lega sarebbe pronta a dare il via ad un governo di «larghe intese», coinvolgendo il Pd. Il premier? Tremonti, naturalmente.
Nel Pd Tremonti può contare su ottimi rapporti personali con Enrico Letta e Massimo D’Alema, mentre con il segretario Bersani si è sempre beccato sulla politica economica. E la grana piantata sulla festa Pd «ha irritato veramente un po’ tutti», dice Nicola Latorre, che in casa dalemiana è stato spesso ufficiale di collegamento con Giulio. Secondo il Pd Francesco Boccia, il ruolo chiave di Tremonti potrebbe presto appannarsi: «Se l’anno prossimo, come probabile, l’economia non riparte, anche Berlusconi comincerà a chiederne conto al ministro, che lo ha costretto a snaturare la sua politica economica senza dargli i risultati attesi e senza consentirgli di tagliare un centesimo di tasse». Previsione interessata? Si vedrà. Intanto, però, al vertice di domani tra Berlusconi e Bossi ci sarà un convitato di pietra: Tremonti.