Il «Faust» angelico fa un patto con grazia e tragedia

Giancarlo Dettori, in camicia bianca da eroe romantico, è splendido interprete dell’opera di Goethe rivisitata con classe da Cesare Lievi e in scena a Brescia

Chi tra i teatranti europei non ha tentato o sognato, di mettere in scena il Faust?. Le strade del palcoscenico sono ingombre dei detriti, dei nobili conati di tutti coloro che, a torto o a ragione, hanno ritenuto di essere i depositari del maestro di Weimar. Ma solo i tedeschi non sono arretrati di fronte alla vastità dell'impegno, primi fra tutti Gruber a Parigi e Stein in giro per il mondo. Mentre da noi persino Strehler gettò la spugna dopo alcuni spettacoli d'avvio che poco ebbero a spartire con la sua arte. Miglior fortuna toccò invece all'Urfaust nelle messinscene superbamente stilizzate di Castri prima e di Scaparro poi. Dato che forse la poetica del frammento è la sola via accettabile di render giustizia all'immensità di Goethe.
Cesare Lievi ha oggi colto magistralmente la sfida e, sulla scorta della sapiente drammaturgia di Peter Iden, ci presenta in una sintesi risolutiva la vicenda dell'homo sapiens che, incamminatosi lungo gli impervi sentieri della negromanzia, incontra l'Angelo Caduto. Sulla scena spoglia e geometrica del Santa Chiara il regista rizza così un teatrino da fiera, memore dei minuscoli palcoscenici dove in terra teutonica la leggenda del saggio tentato dal diavolo veniva illustrata dalle marionette. Accanto al boccascena, in rigorosa redingote scura, il Mefistofele subdolo dell'ispirata Margherita Giacobbi provoca spavalda e insolente il filosofo deluso dall'empiria e ormai vicino ai testi sapienziali. E qui veniamo alla prima emozionante scoperta della serata grazie alla presenza insieme angelica e dionisiaca di un grande Giancarlo Dettori che, in camicia bianca da eroe romantico, il capo giovanile cosparso della neve del tempo, si piega fieramente al patto famoso prima di scorgere, tra le siepi di carta verde smeraldo e le aurore di polistirolo l'ombra di Margherita. A cui Franca Nuti, prima smarrita come una bambina sopraffatta dal Caos e via via conquistata dall'accento tragico, conferisce tutta la straniata dolcezza della poesia e della grazia. Prima di incamminarsi col suo partner verso la capanna di Filemone e Bauci: straziante immagine di quella che avrebbe potuto essere un'autentica vita a due.

FAUST E BAUCI - da Goethe Traduzione e regia di Cesare Lievi, con Franca Nuti e Giancarlo Dettori. Centro Teatrale Bresciano. A Brescia, fino al 15 aprile.