Faust, il mito in versione Gounod

S e nel mondo degli archetipi esiste una figura che coinvolge il desiderio dell'intera umanità, questa è quella di Faust. Che non si limita ovviamente a simboleggiare chi è disposto a vendersi al diavolo per riavere la giovinezza e la sua piena di passioni. Il mito che arriva da lontano, si avvicina infatti a noi impastato di Medioevo, suggestioni shakespeariane, sussulti romantici, razionalismi illuministi, esaltazione del popolare e modernità. Ha attratto molti artisti. Che abbondano anche in ambito musicale. Da Liszt a Busoni, passando per Berlioz, Gounod, Boito... Il più famoso resta forse Charles Gounod, autore di un Faust, il nostro, che non ha mancato di ottenere grande popolarità (oltre che il pollice verso di alcuni detrattori). Il compositore, che scrive su libretto di Jules Barbier e Michel Carré, non sa come gestire un materiale tanto composito e intriso di significati. Faust è un filosofo, un eroe della conoscenza paragonabile all'Ulisse dantesco, un saggio... Lo stesso Goethe, responsabile dell'esplosione della fortuna del tema nella cultura ottocentesca, dedica del resto al suo Faust molto tempo. Ne scrive addirittura tre: l'Urfaust che nasce dagli spiriti dello Sturm un Drang, la prima parte aggiunta di sapore classico, la terza impegnata ad accostare alla cultura classicistica il mondo classico. Un po' di tutto ciò passa a Gounod, che tuttavia esalta soprattutto la vicenda amorosa Faust-Marguerite. Con finale che vede lei santificata nel dolore, lui prostrato in preghiera e Méphistophélès steso a terra sotto la spada luminosa dell'arcangelo. Il filone principale si intreccia a quello religioso, come attesta la memorabile scena della chiesa dove il canto del sacerdote e di Méphistophélès si confondono facendo osservare a qualcuno che sarebbe stato opportuno dare all'eroe, che ha timbro scuro, la voce chiara di un tenore. Gounod torna sul suo lavoro infinite volte. La prima lo dedica Théatre Lyrique (1859) nella forma dell'opèra-comique con parti recitate. Dieci anni più tardi, nel 1869, Faust sostituisce i recitati con i recitativi, acquista il canonico balletto e diventa un grand-opéra. Ma nulla è fissato, autorizzando ogni nuova ripresa a rimescolare le carte. Cioè modificare l'ordine di quadri e pagine musicali. La nuova produzione della Scala del Faust di Gounod, in scena da questa sera, porta la firma di Eimuntas Nekrošius, il grande e celebrato regista lituano (ovviamente al suo carnet non manca il Faust di Gorthe) già attivo anche nel teatro musicale ma al debutto scaligero. Al suo fianco il figlio Marius Nekrošius per le scene e la moglie Nadezda Gultiajeva per i costumi. L'impianto fisso è una grande fuga prospettica in due sezioni convergenti che significano i principi del bene e del male. I due spazi si trasformano in altri con la discesa di un sipario nero sagomato. I personaggi, gente, dice il regista, di periferia, perché nelle grandi giungle ai limiti metropolitani i sentimenti sono più veri, escono volentieri dal pennello Bosch e Breugel e si perdono in mille altri citazioni. Nelle scene non manca l'allusione ai bassorilievi delle cattedrali romaniche. Il balletto, singolarità di un regista sensibile alla danza, non c'è più. La direzione è affidata al giovane francese Stéphane Denéve: curriculum importante e anche una presenza alla Verdi della nostra città. Noti i protagonisti: Marcello Giordani Faust, Irina Lungu Marguerite, Roberto Scandiuzzi Méphistophélès, Nino Surguladze Siebel en travesti. Fondamentale la presenza del Coro diretto da Bruno Casoni. E da oggi tutti con il fiato sospeso. Fino ai fatali «Jugèe», «Sauvée». Come l'ultima volta del Piermarini, che era il 1997.