La «favela» tra i pini dove regnano povertà e degrado La tragedia di Castelfusano: nei mille ettari dell’area protetta trovano rifugio 400 persone

Oltre mille ettari di verde immerso nel degrado. Non c’è migliore definizione per la pineta di Castelfusano, il polmone verde della capitale preso d’assalto da un esercito di disperati in cerca di un riparo. Baraccopoli tirate su alla meno peggio, spesso cedute in affitto a connazionali in difficoltà per qualche bigliettone da 50 euro, come scoperto l’anno scorso dai vigili urbani. Nonostante per molti sia ancora il paradiso narrato da Plinio il Giovane all’amico Gallo, Castelfusano è una discarica a cielo aperto, affollata da almeno 400 stranieri, per lo più romeni, che vivono in condizioni disumane.
Da viale Mediterraneo a viale del Lido di Castelporziano, da via dei Transatlantici alla via Litoranea dove ieri è accaduta la tragedia della famiglia Verbuncu, la bidonville di Ostia levante cresce ogni giorno. «Più abbattiamo le baracche e più ne vengono costruite delle nuove», commentano gli agenti di polizia. Per molti Castelfusano resta la pineta degli orrori, quella dei giochi sporchi di una banda di pedofili, gli stessi che nell’estate del ’98 uccidono il piccolo Simeone Nardacci, 8 anni appena, violentato e massacrato in una capanna a pochi passi dal XIII commissariato. Una pineta che ogni inverno conta le vittime dell’alcol e del gelo. Come accaduto, fra gli altri, a un 45enne trovato senza vita, congelato su una sedia di paglia sotto un albero a una decina di metri dalle abitazioni di viale dei Promontori. «Avevamo avviato un programma di aiuto per questa gente - raccontano alla parrocchia Stella Maris - con gli assistenti sociali che portano medicinali e generi di prima necessità. Siamo andati avanti qualche anno, poi c’è stato un ricambio e sono anche finiti i soldi del progetto comunale. Adesso vengono seguiti, per quanto possibile, dai nostri parrocchiani». Alla vigilia del Giubileo c’è qualcuno che giura di aver visto persino delle sepolture fra gli alberi della pineta, a Pianabella. Croci fatte con rami intrecciati e qualche nome inciso con un coltellino. Piotr 1999 oppure Johann 1998. Un cimitero dei poveri, morti di fame e stenti che nessuno, però, riesce a individuare. Seguono sgomberi, nuovi insediamenti, altri sgomberi ancora. La comunità polacca cede il posto prima agli albanesi, poi ai romeni. Braccianti al nero, manovali, falegnami, elettricisti: si alzano all’alba per andare a lavorare dove capita e alla sera tornano nelle catapecchie di lamiera per riposare.
Come faceva ogni giorno Kristian Verbuncu: «Sono un suo amico - racconta Lorenzo, 24 anni - andiamo a faticare insieme per 30, 40 euro per dieci ore di lavoro. Nei cantieri non ci prendono perché non vogliono metterci in regola e hanno paura dei controlli. Cos’altro possiamo fare? Vivo qui da tre anni, accanto alla baracca incendiata. Adesso chi penserà a noi?» Una situazione esplosiva, tanto che Alemanno parla di sei mesi di tempo per un repulisti senza precedenti: «L’obiettivo è quello di eliminare le baracche della pineta di Castelfusano prima dell’estate - dichiara il primo cittadino davanti a ciò che resta dell’abitazione di Kristian -, se questo incendio fosse avvenuto nei mesi estivi la situazione sarebbe stata più grave». «La donna era arrivata domenica con il figlio di tre anni - racconta un altro vicino, Mircea Fota, 60 anni -, Kristian era uscito alle 6,30 per cercare lavoro. Per gioco il bambino ha dato un calcio alla bottiglia con l’alcol e le fiamme hanno bruciato tutto».
Una giornata che poteva essere ancora più tragica per un analogo incidente avvenuto poco dopo le 22 in via Alvaro del Portillo a Trigoria. Stessa dinamica: una baracca, romeni e il freddo. Stavolta per una mamma e i suoi 3 bambini, alle prese con un incendio causato da una candela, il destino è stato benevolo. Tutti feriti lievemente, nonostante la ritrosia a farsi ricoverare perché clandestini.