Ma Favino se la cava bene nel confronto con De Sica

Se la cava bene Pierfrancesco Favino nel ruolo del generale Della Rovere. Dal confronto con Vittorio De Sica, protagonista del film che Rossellini girò nel ’59, l’attore romano rischiava di uscire disintegrato. Invece è piuttosto bravo, perfino più misurato del grande predecessore, nel ruolo di un imbroglione, o di un faccendiere, come si direbbe oggi, che nella Genova del ’44, turlupinava i parenti dei prigionieri politici dei nazisti, millantando provvidenziali conoscenze tra i capoccia tedeschi.
In realtà, sia nel film sia nella fiction, riesce a corrompere un sergente, tedesco, tale Walter, impiegato negli uffici del comando di polizia, a cui girava una parte dei soldi estorti a mogli e padri disperati e incautamente fiduciosi. Il resto se lo giocava, perdendo regolarmente, alla roulette nello sceneggiato a colori, a chemin de fer nel dramma in bianco e nero di mezzo secolo prima. Con un tocco autobiografico nel film, dove De Sica esclama: «La fonte di tutti i miei guai? Il gioco».
Favino, nonostante il baffo (che De Sica non aveva) e i capelli ingrigiti, è un po’ troppo giovane per un personaggio nato nel 1894, lui che di anni ne ha quarantadue. Se è per questo, De Sica, che era del 1901, nel film è fuori corso di otto anni. Ma, come direbbe Totò, sono quisquilie. Quel che non torna, d’altra parte la fiction, in doppia regolamentare serata, dura tre ore abbondanti contro le due della pellicola, sono le divagazioni. Peggio se inutili. Tipo il personaggio inventato della piccola Ada, che il truffatore si ritrova sul gobbo, ma è pronto a sbolognare alla prostituta dal cuore d’oro Olga. Interpretata per Rossellini dalla ventiseienne Sandra Milo, che si guarda bene dal far da balia ai bambini, assenti giustificati nel film. Invece, sempre nella pellicola, la platinata Valeria, amante rassegnata del bugiardissimo protagonista, è una ventiquattrenne, ben in carne Giovanna Ralli.
Tutta da sghignazzare, per finire in bruttezza, la scena in cui Favino bendato spara a un cavallo, pronto a fingersi morto dopo il fischio dell’invadente bambina. Il personaggio vince sì una scommessa da centomila lire, ma - in quella scena lì - si tira dietro le risate, non certo volute dal regista Carlo Carlei, dell’intera Italia televisiva.