La favola della diversità

C’è quasi benevolenza nel titolo con cui un giornale amico della Quercia, come il Corriere della sera, ha trattato l'impatto del caso giudiziario che ha per protagonista Giovanni Consorte: «Imbarazzo ds». Benevolenza perché la vicenda che ha al suo centro l'Unipol, in altre parole il crocevia del rapporto tra politica e finanza del maggiore partito dell'Unione, smonta l'ideologia della «diversità», svuota una cultura ultra ventennale che ha attraversato la stagione di Mani pulite e che è il presupposto della divisione in due dell'Italia fra buoni e cattivi, tra migliori e peggiori. Non è certo imbarazzo quello di Lanfranco Turci quando, con eccesso di disinvoltura, dice che «l'idea che la sinistra, e le cooperative, avessero un codice genetico diverso è finita con Enrico Berlinguer». In realtà è esattamente il contrario: quell'idea è cominciata proprio con Enrico Berlinguer quando ruppe con il consociativismo, ha consentito al Pci di sopravvivere dopo il 1989 ed è diventata una sorta di mistica del post-comunismo. Non sta qui tutta la linea di frontiera tracciata con Bettino Craxi - la politica delle idee e del servizio contro la politica degli affari - e prolungata con Silvio Berlusconi? È stato un paravento grazie al quale gli intrecci scoperti in questi anni sono stati presentati come semplici eccezioni, destinate a non infrangere la regola di una moralità superiore, quella regola che il professor Luca Ricolfi ha definito una forma di razzismo.
Qui in discussione non è una vicenda giudiziaria, su cui come sempre occorre attendere l'ultima parola della magistratura. Il problema è quella realtà che emerge dal grande scontro esploso quest'anno nella finanza italiana, che non descrive un'eccezione e che raffigura quella parte di storia della Quercia - ma il discorso non può essere limitato ad un solo partito - che è segnata da uno stretto rapporto tra politica e finanza. E non si può neanche circoscrivere la questione ai soli nomi di Massimo D'Alema e di Piero Fassino, come cercano di fare in molti, contrapponendo un'anima pura ad un'anima costretta, invece, a fare i conti con la dura realtà del potere. Un'anima cioè «omologata», che è l'aggettivo benevolo utilizzato nell'ondata di imbarazzo di queste ore. Già, perché viene subito da chiedersi a chi e a cosa dovrebbe essere «omologata». Ai metodi dei cattivi? Alle abitudini di un sistema di potere da abbattere? Al berlusconismo?
Non servono a nulla queste distinzioni. Sono solo l'espressione di un conflitto politico che attraversa l'area raccolta attorno all'Unione e che ha tanti attori, in questo specifico caso da Enrico Deaglio che punta il dito contro «la Bicamerale della finanza» alla Margherita che ha difeso gli assetti della Bnl dall'attacco dell'Unipol non certo nel nome della «diversità», ma per tutelare i propri interessi e i propri poteri. La verità che emerge va oltre questo regolamento di conti e dice che la «diversità» non esiste più, se mai è esistita. E che la sinistra, a cominciare dalla Quercia, ha vissuto grazie alla sua «omologazione» e non è stata estranea a quella voce non secondaria dello scontro politico che riguarda gli assetti del potere finanziario. Anzi, vi è dentro, ne è parte attiva ed è esposta a tutte le sue conseguenze, anche giudiziarie. E - se si vuole essere onesti nella ricostruzione di questa stagione della storia italiana - si può aggiungere che ne è stata un socio fondatore. Del resto non si sono ancora spenti gli echi del lancio del partito democratico compiuto dall'ing. Carlo De Benedetti e della sua richiesta della tessera numero 1.