Una favola, Edo il pescegatto che si comporta come un cane

Ha 19 anni, vive in un acquario di Lugano, il suo padrone lo salvò per caso dalla pentola. E da allora non sembra più lui <br />

nostro inviato a Lugano

Il suo padrone lo chiama agitandogli la mano all'angolo dell'acquario. Edo, come il delfino Flipper, accorre esultante e gli fa le feste. É chiaramente un essere felice. Ha l'espressione che ride. Si fa accarezzare il capoccione, si strofina al braccio dell'umano prediletto, si contorce di beatitudine. In questo ristorante sul lungolago di Lugano, faccio una scoperta incredibile e tenerissima: anche i pesci hanno un anima. Non so quanta, non so fino a che punto. Ma certamente non sono quel genere di creature minori e minorate, amorfe e ignare, ebeti e inconsistenti, che tutti immaginiamo.
Nella recente discussione tra animalismo sensato e pescatori permalosi, il caso del pesce-gatto Edo capita a fagiolissimo. Nel suo acquario davanti al forno per le pizze, dove soggiorna come un fedele cane in cuccia, sconfessa clamorosamente tante sciocche convinzioni. Il signor Roberto, 67 anni, origini toscane e trapiantato a Lugano dai primi anni Sessanta, parla di questo pesce come qualunque persona parla del proprio cane, del proprio cavallo, del proprio micione. Per evitare equivoci, è bene precisare che il soggetto risulta nel pieno delle proprie facoltà mentali e non è minimamente affetto da furori animalisti: «Io mangio carne e pesce, ci mancherebbe. Però non posso tollerare la sofferenza degli animali. Nel mio ristorante si mangia aragosta, ma nessuno mi deve chiedere di buttarla viva in pentola. Non si fa, non si fa...». Mentre mi parla, tira su la manica e infila il braccio nell'acquario: «Qua, bello. Qua, il mio gattone...». E quello, Edo, arriva con un deciso colpo di pinna a ricevere e a restituire la dolcissima razione di grato affetto. «Non lo dico per dire - racconta il signor Roberto -: Edo è davvero il mio migliore amico. Mi è impossibile vederlo come una pesciotto da spinare in tavola. Ormai è una presenza fedele, è come uno di famiglia».

La storia di questo legame risale ai primi anni Novanta. Roberto, titolare del ristorante «Nibbio», ha un amico pescatore che ogni tanto cattura all'amo i pesci-gatto, specie da fondali melmosi, ma dotato di polpa ottima, in umido e alla griglia, senza lische, tipo pescatrice. «Un giorno - ricorda Roberto - dico al mio amico: ho sentito dire che il pesce-gatto è molto appetitoso. Quando ne prendi, portamene qualcuno, così li assaggiamo insieme...».
Una sera l'amico telefona: «Roberto, ho una cinquantina di pesci-gatto. Sono ancora piccoli. Te li porto appena posso...». Il carico arriva tre giorni dopo, dentro la solita borsa di plastica. Roberto consegna il pesce al cuoco per pulirlo. Dopo qualche minuto, il cuoco lo chiama in cucina. «Guardi - gli dice - uno è ancora vivo. Che faccio, lo finisco?». Roberto ricorda come fosse ieri: «Proviamo a vedere, gli dico. Lo prendo, lo metto nell'acquario del nostro pesce vivo, e dopo qualche minuto il piccolo Edo, allora pochi centimetri, salta già tra le mie dita per farsi coccolare...».

La favola continua al modo di Walt Disney. La mattina dopo, Roberto riapre il ristorante e non vede più Edo nell'acquario. Comincia a cercarlo, lo ritrova a dieci metri di distanza, sotto a un tavolo, nuovamente in fin di vita. «Lo accarezzo con un tovagliolo, lo rimetto in acqua, e dopo qualche minuto si riprende di nuovo. E di nuovo comincia a farmi feste. Da quel giorno nasce la nostra grande amicizia. In seguito ho approfondito la sua conoscenza, scoprendo che il pesce-gatto di origine africana, la sua specie, è molto resistente: quando i fiumi si prosciugano, nel continente nero, riesce a spostarsi anche di trenta chilometri, per cercare acqua. Come vita può durare anche fino a trent'anni. Come mole, può raggiungere anche i duecento chili. Per fortuna Edo ne pesa quindici. Però cresce. Ogni tanto dobbiamo cambiare l'acquario, per dargli più spazio. Ai primi di gennaio compirà 19 anni: è già una bella età, segno che sta bene. I bambini vengono apposta a trovarlo, per loro è uno spasso. Vuole vedere una cosa?».

Roberto prende una forchetta, infilza un pezzo di pesce cucinato, quindi lo allunga a pelo d'acqua. Edo, con molta grazia, arriva ed educatamente si fa imboccare. Così con il cucchiaio. Persona educatissima, a tavola. Roberto conferma: «Ha imparato presto. Non vuole niente con le mani. Il suo piatto preferito? Carne cruda. Con un boccone di filetto te lo conquisti subito. Una volta gli ho fatto uno scherzo: ho messo sulla forchetta un pezzo di carota. Lui è arrivato felicissimo, ha ingoiato in estasi, ma poco dopo ha sputato. Si è subito cacciato in un angolo e per mezz'ora non mi ha più guardato. Offesissimo. Ce n'è voluta per fare la pace...».

Il pesce-gatto Edo come il cavallo Furia, come il cane Lassie e come qualunque animale di casa che quotidianamente viziamo. Davanti allo spettacolo, davanti a Roberto che gioca con il suo pescione amatissimo, sorgono spontanee le più singolari riflessioni. Perché i pesci sono sempre trattati come esseri inferiori, incapaci di sofferenza, senza cittadinanza e senza rispetto sul pianeta Terra? Personalmente non sono abbastanza fondamentalista per sostenere che anche Edo abbia pensieri, emozioni e un posto prenotato nel Paradiso dei giusti. Però di una cosa resto convinto: i pesci vengono eternamente presi a pesci in faccia solo perché sono muti. Non per altro. Se orate e branzini potessero strillare il loro strazio, mentre muoiono della morte peggiore, agonizzano per soffocamento, vorrei proprio vedere le nostre facce gaudenti alle tavolate chic dei rinomati locali sul lungomare…

Così, guardando Edo, è inevitabile pensare che i pesci siano loro malgrado una povera e inconsapevole metafora della realtà umana. Come i pesci della vita - handicappati, vecchi, bambini dei continenti remoti -, non hanno voce. Non urlano l'ingiustizia. Solo per questo, nessuno li considera.