La favola triste della cinghialetta amata dai bambini

La mascotte dei piccoli abitanti di Terrile spinta nel bosco e uccisa da due cacciatori

Due colpi secchi, a corta distanza. Due colpi di fucile a pallettoni, anche se uno poteva bastare. E forse poteva bastare anche meno, per abbattere quella cinghialetta di pochi mesi che trotterellava nel bosco, in quell’intrico di rami, di foglie, di odori che non era mai stato il suo ambiente. Altro che bosco: lei era abituata a giocare con i bambini di Terrile, nelle strade del paese, era abituata - eccome ci stava! - a prendere al volo mele e noccioline, e soprattutto a farsi dare le carezze, le coccole che si fanno a chi si vuol bene, cinghialetta o persona che sia. Le carezze, le coccole, ecco: devono essere state quelle lì che l’hanno uccisa. E sì, perché lei - non vogliamo mica dire «essa»? -, un incrocio fra un cinghiale selvatico e una scrofa, era diventata la mascotte dei bambini di Terrile in quel di Uscio. D’accordo, c’era anche qualcuno che mugugnava per via delle scorrerie di quel porcastro femmina, originariamente di quattro chili, che non facevi in tempo a guardarla che i chili erano già diventati otto. E pareva sempre che ogni pezzo di pane finito tra quelle mascelle facesse lievitare la stazza a velocità esponenziale. Ma il fatto è che la stazza lievitava assieme alla simpatia, tanto che i detrattori, i mugugnoni, s’erano dati una «quetata». Va be’ - dissero a un certo punto - sarà pure un porcastro, e femmina per giunta. Ma fastidio non ne dà. «E poi, guarda come va d’accordo coi bambini. Sembra, sì, sembra che, mah, magari mi sbaglio, ma sembra che capisca...». S’erano convinti tutti. Quasi tutti. Pum, pum. Due colpi secchi, sparati a breve distanza, ma solo dalla bocca dei ragazzi di Terrile, che la puntavano con le dita per gioco quando lei, «essa», faceva mostra di non degnarli abbastanza. Tutta una finta: lei a fare la sdegnosa, loro a mimare col pollice e l’indice chissà quale «vendetta» che non sarebbe mai arrivata.
Fino all’altro giorno, quando si sono avvicinati due uomini con i cani e le doppiette. Sotto Natale, quando tutti - dicono - diventano più buoni. Il proprietario dell’animale e titolare dell’allevamento dov’era nata la cinghialetta ha pensato che i due volessero giocare. Anche lei deve aver pensato lo stesso, e s’è avvicinata con l’ingenuità e la baldanza di chi aspetta mele e coccole, carezze e noccioline, magari pane raffermo, ma di quello di Terrile che sa ancora di pane. Pum, pum. Era l’«assaggio». Lei s’è spaventata, è corsa verso il bosco, ha visto rami e sentito odori che non credeva, che non voleva. Neanche il tempo di perdersi. Ancora pum, pum. Secchi, a breve distanza. Sono partiti i colpi. Non era il solito gioco, era tutto un altro «gioco». L’hanno filmato le telecamere di controllo della zona, l’hanno visto e rivisto, in lacrime, i bambini di Terrile. Certo, in fondo si tratta solo di una cinghialetta, non sarà mica il caso di farne un dramma. Cosa vuoi che sia, di questi tempi, un paio di colpi secchi, sparati a breve distanza, contro un tombolotto che ti scodinzola ai piedi, e si fida, e fa le fusa, e si struscia sui tuoi stivali fiammanti, e tu hai in mano una doppietta, le pallottole in canna, la pancia piena e la testa vuota? Ma poi perché sparare due colpi? Magari ne basta uno. Basta e avanza per scoprirsi vili.