La favola

Berlusconi era dato per spacciato dai mezzi di comunicazione sociale che parlavano il linguaggio della sinistra: aveva fatto sognare gli italiani e la dura realtà con cui si scontravano ogni giorno li faceva risvegliare da un sogno trasformato in incubo. Era un giudizio comune che il berlusconismo fosse finito, che la sinistra non dovesse che tendere la mano per acquisire il potere. Berlusconi ha combattuto praticamente da solo la sua campagna elettorale. Poiché la sinistra aveva puntato la sua campagna elettorale con un referendum contro il berlusconismo, Berlusconi lo ha trasformato in un referendum su Berlusconi e lo ha vinto. I suoi alleati hanno combattuto al suo fianco dopo aver passato due anni per cercare di distinguersi da lui e di imporre una discontinuità tra Berlusconi e il governo di centrodestra. È avvenuto invece il contrario: Berlusconi è andato oltre lo stesso governo e ha fatto appello a una percezione di valori che andava oltre il sentimento del benessere e del malessere sociale. È riuscito a fare della sua campagna elettorale un appello alla scelta di un destino. Gli elettori hanno percepito che l'Italia appartiene a una civiltà e a una cultura dell'Occidente, hanno intuito che la sinistra la conduceva fuori della linea di sviluppo economico e sociale caratteristica dell'Occidente. La conduceva verso una via pauperista socialmente statica, toglieva il progresso economico civile dall'oggetto della politica, abdicava al sentimento di essere inseriti nel mondo in cui Berlusconi aveva potuto farlo. La via della sinistra era la via di una Italia provinciale, obbligata a contare solo su problemi di distribuzione e non di creazione della ricchezza. Nel momento del voto politico, la questione di identità nazionale e culturale diventava dominante e sopravanzava i meriti e demeriti del governo Berlusconi, non era un bilancio sul governo ma sul messaggio. Il presidente del Consiglio ha molto insistito sul bilancio del governo ed ha avuto ragione nel mostrare che era un modello teso a garantire la libertà e l'iniziativa delle persone e dei gruppi, ma non è sul governo bensì sul messaggio di civiltà che Berlusconi ha fatto breccia. Prodi ha presentato un programma moralistico, fondato sulla contrapposizione tra ricchi e poveri, proprio mentre le forze della sua coalizione erano nel partito dei ricchi per potere culturale, politico e sociale. Ma parlava un linguaggio in cui il cattolicesimo di sinistra e la tradizione di sinistra si incrociavano nella scelta comune della classe e dei poveri. Non era un caso che il governo Berlusconi si fosse veramente occupato dei poveri più dei governi della sinistra, la quale fondava la sua prospettiva di governo sull'accordo con i poteri forti del Paese. In Italia i poveri hanno votato Forza Italia da molto tempo perché hanno sentito che la ricchezza del potere politico è quella che rende più diseguali, non quella nata dalle proprietà private. La coalizione di sinistra era così fortemente squilibrata a sinistra dal moralismo e dal pauperismo della sinistra cattolica e di quella comunista: e il Paese ha capito che questo schema lo portava fuori dall'Occidente, lo separava dalla ricerca della crescita economica e civile come fondamento della politica. Il cuore culturale della coalizione di sinistra stava nel nesso tra il moralismo di Prodi e l'utopia di Bertinotti, era quello il motore culturale della coalizione di sinistra, una scelta che potava l'Italia fuori dall'Occidente. Berlusconi è stato il simbolo dell'appartenenza all'Occidente e ciò ha dato al suo carisma un livello di significato che trascendeva allo stesso operato del governo. Con ciò egli è diventato il capo dell'opposizione ma è dubbio ancora che possa nascere un governo Prodi. Il suo moralismo e il suo pauperismo sono già stati sconfessati dall'elettorato italiano e non è possibile governare l'Italia contro la parte più creativa e produttiva del Paese. Se ciò condurrà alle elezioni anticipate non è oggi possibile dire, ma il governo Prodi è nato morto.
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