FAVOLE Così bestiali, così umane

Dal ’200 a oggi, a lezione dagli animali. Una ricca antologia di apologhi e racconti esemplari curata da Gino Ruozzi

Ci sono animali da soma o da compagnia, animali da guardia, animali che si cacciano o si usano per cacciare, animali selvatici, o fantastici, o estinti. E poi ci sono gli animali favolosi. Li chiamiamo favolosi perché abitano un mondo parallelo al reale, ovattato, dai colori pastello, un mondo che ha il profumo dei vecchi libri ingialliti, un mondo dove tutte le cose stanno al loro posto e dove i fatti obbediscono da bravi bambini a una mamma severa ma amorevole di nome Morale: il mondo delle favole. Tutti abbiamo frequentato, da piccoli, lo zoo della signora Morale. Eravamo intimi della formica previdente e della cicala irresponsabile, della volpe astuta e del lupo cattivo, del leone riconoscente e della tartaruga saggia.
Poi siamo cresciuti. Siamo diventati uomini e donne in mille faccende affaccendati e in noi il ricordo dello zoo della signora Morale si è sbiadito. Sì, magari abbiamo comperato (che brutto verbo, quasi amorale quando viene applicato a un essere vivente) un cane o un gatto, magari, ogni tanto, andiamo a cavallo, oppure partiamo all’alba con i cani e il fucile in spalla. Magari ci capita di dire che quel tale sembra «il grillo parlante», o che quell’altro ci fa venire in mente «la favola della volpe e dell’uva». Ma ormai la magia si è rotta, il nostro è un favolare di riporto, stanco, stereotipato, grigio. Insomma, contemporaneo, plastificato. La nostra voglia di restare giovani ha ucciso l’arte di invecchiare, abbiamo fatto il lifting alle rughe dell’esperienza.
«La favola non è un genere infantile; paradossalmente è il genere della maturità (se non della vecchiaia) \ occorre la paziente decantazione dell’esperienza sia per scriverla sia per comprenderla». Lo afferma Gino Ruozzi presentando la sezione novecentesca della bellissima antologia da lui curata: Favole, apologhi, bestiari. Moralità poetiche e narrative nella letteratura italiana (Bur, pagg. 642, euro 14). E ha ragione. Perché la favola, diversamente dalla fiaba, ha i piedi ben piantati in terra. La fiaba è fantasia, con le fate, i principi azzurri, i castelli incantati e tutto il resto. La favola (e l’apologo, suo fedele compagno) è realtà, anche se traslata, poiché illustra, tramite gli ospiti dello zoo della signora Morale, come Superbia e Accidia, Generosità e Saggezza, Meschineria e Cattiveria non siano vuote parole, ma corpi e anime.
La raccolta di Ruozzi incomincia con il Medioevo e finisce all’alba degli anni Duemila. Si parte con Chiaro Davanzati, il quale si paragona, rivolgendosi alla donna amata, al «cervio che torna a morire/ là ov’è feruto sì coralemente», e si arriva a Franco Marcoaldi e alla sua metafisica riflessione sul rondone: «Se è vera la notizia/ che il rondone dorme in volo,/ non resta più alcun dubbio/ sul valore equipollente/ di volare e sognare,/ difficile da intendere/ per chi è costretto al suolo». I due estremi temporali, dal pieno Duecento al 2006, ci mostrano il mutamento di prospettiva verificatosi, con spostamenti impercettibili, nel corso dei secoli. Si va cioè dall’animale come exemplum, come modello positivo o negativo, all’animale come pretesto, come casus che suscita un ragionamento «laterale». L’uomo è entrato nello zoo e ha buttato tutto all’aria. E gli animali sono stati definitivamente «addomesticati».