Per favore, adesso basta indagini sui pettegolezzi

Inchieste. Inchieste. Inchieste. Tremonti parla, e la Procura apre un’inchiesta...<br />

Inchieste. Inchieste. Inchieste. Tremonti parla, e la Procura apre un’inchiesta.

Ho provato grande soddisfazione, in questi giorni, leggendo l’intervista del Procuratore aggiunto di Roma, Giancarlo Capaldo, e gli articoli che mostrano la sua indignazione, con una rabbia trattenuta ma non contenuta, contro inchieste e intercettazioni illecite. Mirabile l’affermazione comparativa: «Molto raramente le inchieste della Procura di Roma compaiono sulla stampa in mondo scandalistico, proprio perché c’è un costume corretto dell’Ufficio. Se compaiono, è per l’importanza oggettiva delle inchieste, e non per il clamore, un po’ provinciale, che qualcuno vuole dare alle proprie indagini». E ancora: «Svolgere indagini per cui non si è competenti, è una forma di violazione alla norma. Una forma di illegalità».

Capaldo dice in modo chiaro che si è superato il segno, anche quando, con riferimento all’inchiesta nella quale è coinvolto, afferma, con assoluta ragionevolezza: «Ritengo che l’incontro tra un giudice e un ministro non sia un fatto illecito. È diritto di un magistrato e di un ministro potersi incontrare, se non fanno cose illecite, senza dover chiedere l’autorizzazione a nessuno». Parole sante. D’altra parte le etimologie di magistrato e di ministro sono complementari: l’una da magis (chi domina, chi sta più in alto, sopra le parti); l’altra da minus (chi sta sotto, chi serve, chi è al servizio della comunità). Per qualcuno questo incontro è un illecito che può essere materia d’inchiesta.

Capaldo, con gravità istituzionale, in difesa del suo ruolo, commenta: «Penso che si possa profilare un attacco, attraverso la mia persona, anche al mio ufficio».

L’intervista a Capaldo è, ovviamente, attaccata a testa bassa, e per le stringenti e dure riflessioni che contiene, da Marco Travaglio, che lo liquida, dando prova del suo disprezzo per le istituzioni, con la più secca delle battute: «Capaldo parla come i politici». Il disprezzo per la politica a questo punto è giunto! La parola è usata come un insulto e in contrapposizione alla categoria virtuosa dei magistrati. Categoria che non appare tale neanche a un magistrato che, per questo, non appare più tale. Eppure Capaldo insiste, torturando Travaglio. E, come fosse Giuliano Ferrara, conclude: «Ritengo, però, che vi sia un ricorso eccessivo alle intercettazioni telefoniche». Con una coda involontariamente ironica e paradossale (deprecata da Travaglio): «Il ricorso eccessivo determina però un altro fenomeno: l’estrema diffusione delle intercettazioni ha portato gli indagati a non parlare più al telefono dei loro traffici. E così la struttura delle intercettazioni telefoniche cambia, e punta sulla sfera intima dell’indagato: diventa più gossip. Uno strumento pericoloso per i dossieraggi che oggi sono di moda. Il dossieraggio deplorevole sul piano etico, è una raccolta di dati privati per un uso sempre con fini ricattatori ed illecito e non istituzionale».

Infine, al colmo d’ira, denuncia: «Se le notizie sono acquisite in atti d’indagine, queste rischiano di diventare dei dossier giudiziari e mettere la vita privata delle persone in piazza, al di là della valenza penale».

Mi sembrano dichiarazioni straordinarie, e degne di una riflessione della politica, proprio perché non pronunciate da un politico, contrariamente al commento liquidatorio di Travaglio.

Ma non sono piaciute neanche a Giuliano Ferrara che, su il Giornale di ieri, manifesta la sua antipatia per Capaldo, titolare dell’inchiesta, invero un po’ fantasiosa, per dir così, sulla P3. E per il deprecato per il prolungato arresto di Sergio Scaglia nell’ambito del caso Fastweb. E giustamente mette il dito nella piaga: «Ma chi indaga sulla P5 dei giudici?». Appunto. Tremonti parla e si apre un’inchiesta. Capaldo parla e non succede niente. Perché non si apre un’inchiesta sui metodi, dichiarati illegittimi, e denunciati da Capaldo, sulla Procura di Napoli? L’intervista di Capaldo è un atto di accusa. Gli imprenditori Piero Di Caterina e Giuseppe Pasini raccontano delle vicende di Sesto San Giovanni e si apre un’inchiesta su Penati. Sugli illeciti e i soldi buttati in intercettazioni da Woodcock, nessuno indaga. Eppure il Giornale ha fatto sei inchieste giornalistiche sugli errori del Pubblico ministero, e conseguentemente sulla quantità di danari inutilmente spesi. I soldi buttati sono buttati anche se li buttano, con evidente abuso di ufficio magistrati per «il clamore, un po’ provinciale, che qualcuno vuole dare alle proprie indagini». Clamore pagato dai cittadini e dalle vittime innocenti. Ma nello stesso Giornale di ieri c’è un ritratto di Tremonti, scritto da Giancarlo Perna, che ne indica timidezze, vulnerabilità e debolezze. E contraddizioni. Tremonti ha dichiarato di sentirsi «spiato», ma la preoccupazione surreale è che il ministro ha una scorta di «secondo livello», con due macchine blindate e almeno 4 finanzieri che lo seguono in ogni spostamento. Come fa a essere pedinato se è scortato? Una parte di Finanza che non risponde a lui, pedina i finanzieri che lo scortano? Ormai tutti parlano, straparlano e si aprono inchieste anche su cose assurde. Funzione precipua della scorte è vigilare, e quindi sapere, se non è infedele, chi dovesse spiare, seguire o pedinare la personalità scortata. Altrimenti che scorta è?

Sulle gravissime affermazioni di Capaldo non si indaga, sui tremori e sui turbamenti psicologici di Tremonti, si apre un’inchiesta. D’altra parte sappiamo, da Milanese, che Tremonti, «spiato» attraverso le intercettazioni all’amico deputato ed ex finanziere, rischiava o temeva di essere vittima del «metodo Boffo». Questo mi sembra l’aspetto più interessante. Perché il riferimento a Boffo? E perché la preoccupazione di essere pedinato? Il timore di indiscrezioni giornalistiche? Di invasioni nella sfera privata? O di allusioni a una vita «inevitabilmente controllata» in una caserma, e molto più tranquilla, fino alle intercettazioni a Milanese, nell’appartamento dell’amico? Forse Tremonti, eccitando inutili indagini, ha detto di sentirsi «spiato e controllato», intendendo semplicemente di non sentirsi libero e tranquillo di vedere privatamente chi voleva (per esempio, Capaldo) e di sentirsi «osservato»? C’è da comprenderlo. Scortato, e per di più «controllato» come un collegiale in caserma. Da qui la decisione che gli è costata ora pettegolezzi, curiosità, inchieste giornalistiche. Ma un’inchiesta giudiziaria, per essere pedinato dalla Finanza, per favore, no!