PER FAVORE DATEVI DEL LEI

È da quel dì che Silvio Berlusconi professa avversione per certi vacui e verbosi rituali del Palazzo e del circo mediatico, tra loro strettamente intrecciati: avversione che ha ribadito ieri rivolgendosi ai pensionati milanesi. «Negli ultimi due anni - ha detto - mi sono tenuto lontano dai teatrini televisivi in cui i politici fanno finta di litigare, poi si danno del tu ed escono a braccetto cantando. Io do del lei a quelli della sinistra. Non c’è nessuno che si possa vantare di avere avuto del tu da me». Non sempre concordo al cento per cento con le esternazioni del Cavaliere, ma questa ha la mia entusiastica approvazione. (Aggiungo magari che Berlusconi potrebbe riservare il lei, se non addirittura il voi, anche a qualche esponente del centrodestra).
Sì, ci siamo stufati della familiarità pecoreccia che in molti ambienti dilaga, e che finisce per cancellare o appannare diversità, dissensi, gerarchie, valori. Questa confusione dei ruoli la si capisce - o almeno si cerca di capirla - quando riguarda il mondo dello spettacolo, dove tutti si sbaciucchiano e si abbracciano, come nemmeno Totò Cuffaro. Non si può invece sopportare quando imperversa tra leader e gregari politici d’avverso schieramento, ossia tra le persone e nei luoghi dove vengono bene o male decisi - il male prevale largamente - i destini del Paese. A un giovane parlamentare comunista che, rivolgendogli accuse infuocate, l’aveva apostrofato con il tu, Alcide De Gasperi oppose, se ben ricordo, un gelido: «Intanto mi dia del lei».
La gente comune ha disistima del palazzo anche perché le risse che vi deflagrano danno spesso l’impressione d’essere finte come quelle di alcune trasmissioni di successo, e s’immagina facilmente che, finita la sceneggiata, tutto si concluda davanti a un bel piatto di tagliatelle e di coda alla vaccinara. C’è indignazione per le complicità bipartisan che provocano immani sprechi e che trovano tra l’altro spiegazione negli embrassons nous degli eletti dal popolo. Il tu suona grottesco se i paladini degli opposti schieramenti, dopo essersi reciprocamente rinfacciati lo sfascio d’Italia, attestano una familiarità quasi affettuosa. Un po’ di coerenza non guasta.
Lo scrivo pur associandomi agli inviti per una campagna elettorale dal linguaggio meno truculento. Ma proprio il tu confidenziale e cameratesco - il fascismo ne rivendicava la nobiltà derivante dall’antica Roma, ma era commedia - porta alla sguaiatezza e all’insulto. Presto dimenticato - per far posto all’idillio - se si discute di privilegi della casta. Onore al lei distante. Che dovrebbe vigere, e purtroppo non vige, pur nei rapporti tra politici e giornalisti addetti alla politica. Anche lì una grande e sgradevole ammucchiata. In nome del tu.