Per favore non chiamatele case popolari

Il problema delle case popolari si riaffaccia ad intervalli regolari: quando è alla ribalta il fenomeno immigrazione, quando si parla di anziani, quando si scoprono «ghetti» misteriosamente ignorati per anni, quando se ne scopre lo stato di degrado. I tempi di Fanfani e dei suoi piani edilizi sono ben lontani, e i dati che riguardano il tema di questo tipo di abitazione sono drammatici. Nel 2004 le abitazioni ultimate sono state 1900; solo a Milano le richieste di abitazione pubblica sono oltre 17.000, con il termine di raffronto davvero incredibile con quante assegnate. C'è poi da aggiungere che le case popolari di oggi, a volte addirittura non costruite per lo scaricabarile tra le imprese, necessitano di nuove qualità. È finito il tempo dei «casermoni», i tempi richiedono la riconoscibilità della propria abitazione, per dare all'individuo una maggiore dignità ed occorrono interni capaci di accogliere sempre più single e anziani, con superfici di almeno 80 metri quadrati per tre abitanti. Accanto a questi edifici debbono esserci zone commerciali, di lavoro, di pubblica utilizzazione. Questo sta a dire come oggi non debbono più sorgere in aree di estrema periferia, lontano da servizi, scuole, aree di lavoro, e l'Amministrazione deve garantire l'esistenza di elementi fondamentali come acqua, elettricità, collegamenti viari e di trasporto. Il concetto e il termine di «casa popolare» devono essere rivisti, soprattutto in termini di quel miglioramento di qualità della vita cui tutti aspiriamo.