Per favore, ridateci il Veltroni buonista

È un problema di ruolo. Sorpassato a sinistra, dall’ala tornante Di Pietro Antonio, marcato, al centro, dall’interno eclettico Casini Pierferdinando, l’ex punta giovane Veltroni Walter ha capito che sta rischiando di finire in panchina, anzi in tribuna, fuori rosa, tra gli esuberi della politica nostrana. Dunque ha deciso di svoltare, cambiando tattica, prendendo un po’ da qua, un po’ da là, mescolando il tutto, abbandonando le figurine Panini e le biglie di vetro e armando la pistola. Ma non si è accorto che l’arnese è di quelli ad acqua. Insomma Veltroni che voleva far l’americano e, durante il viaggio, anche l’africano, adesso fa il paninaro, si esprime per battute, cerca il colpo di scena, è passato dal dialogo alla zuffa, dalla stretta di mano con scambi di gagliardetti al fallo da dietro. Resto in campo e dizionario pallonaro perché Walter Veltroni ama questo sport, prima della pallacanestro, al punto che è riuscito, dopo Emilio Fede, a tradire il primo amore juventino per sventolare la sciarpa della Roma «ma anche» quella della Lazio, tenendo famiglia, municipio e circoscrizione elettorale. Bei tempi quelli, per lui che scendeva in campo a Viareggio con Marcello Lippi e pizzicava, a parole, il sodale D’Alema dandogli del «Pasinato», un centrocampista dell’Inter aduso a correre, correre, correre, tanto che se gli avessero aperto il cancello di uscita di San Siro avrebbe fatto il giro dello stadio e sarebbe tornato in campo senza nemmeno accorgersi dell’accaduto. Erano scherzetti a parte, quando il Veltroni si agitava a sinistra, ma anche al centro, da battitore libero e sembrava essere il futuro moderno di un passato antico della sinistra tutta. Qualche anno dopo e molte speranze in meno, Walter Veltroni si è stufato delle figurine, del volemose bene, lo vuole fare strano, butta via la maschera di Topo Gigio, come lo ha battezzato Beppe Grillo, e prova a fare Ezechiele, non il profeta ma il Lupo, digrigna i denti, sbava e parte all’attacco ma con la frizione che slitta. Alla faccia di I care o di We can, siamo a li mortacci tua, con qualche siparietto da Zelig off. Ha detto che gli incidenti degli hooligans e la liberazione degli stessi dopo i fermi, nella prima partita di campionato di calcio, erano colpa del governo di destra, dimenticandosi della legge e dei magistrati che la applicano. Ha fatto davanti a Vespa la battuta sull’abbigliamento del premier dicendo che Berlusconi indossa da tempo camicie di colore bruno e dunque gli ricorda un po’ i Soprano, qualsiasi riferimento a mafia e pistole era puramente casuale, o no? Si sarebbe potuto controbattere che molti imprenditori «spregiudicati e banditi» come urlano a Fiumicino, indossano la camicia botton down, come il Veltroni medesimo. Ha urlato al popolo di avere LUI salvato l’Alitalia, facendo venire alla mente quel topolino che correndo dietro gli elefanti in carica tumultuosa, a un suo simile che gli domandava dove stesse andando rispondeva: «Non lo so ma sto facendo un casino incredibile!». Ha spiegato, in queste ultime ore, che i poliziotti morti in un incidente stradale mentre inseguivano alcuni camorristi «sono stati lasciati soli dal governo», proprio lui che viene dalla folla che urlava piesse esseesse, nei favolosi anni Settanta, trascurando il fatto che rovistando nella biancheria sporca di casa sua troverebbe chi ha berciato l’immagine delle suddette forze dell’ordine, una, cento, mille Nassirya. Totale: non è roba sua, non è capace di far ridere, non riesce a scuotere il popolo già ronfante per le nenie del predecessore. Dovrebbe tornare alle figurine, alle biglie, alle rassegne cinematografiche, al buonismo che gli sta a pennello, con quella faccia un po’ così tra il malinconico e lo sbattuto e battuto. Del resto qualche collega di cordata glielo aveva suggerito, caro Walter lascia perdere. E, gentilmente, ha perso.