Da Fazio a Caltagirone, i condannati eccellenti

MilanoE adesso forse si può davvero mettere un punto fermo, alla ricostruzione di quella stagione che rimarrà per sempre marchiata come quella dei «furbetti del quartierino»: e che vide - in un valzer di battaglie palesi e alleanze sotterranee - variopinte cordate andare all’attacco del poco che restava di attaccabile del sistema bancario italiano. Ed è appena il caso di ricordare che il lato occulto di quelle scalate, e la ridda di sotterfugi che le accompagnò, sarebbe rimasto ignoto se a sparigliare le carte non fossero arrivate le due banche straniere che ne erano uscite con le ossa rotte: gli olandesi di Abn Amro e gli spagnoli di Bbva, che si erano illusi di scalare Antonveneta e Bnl senza fare i conti con le malizie trasversali dei furbetti. Ma, una volta capita l’aria che tirava, non ebbero esitazioni a fare quello che si fa nei paesi civili: si rivolsero alla magistratura.
La sentenza di ieri della Prima sezione del tribunale milanese fa una vittima illustre e non scontata: Antonio Fazio, il roccioso governatore della Banca d’Italia, che appena cinque mesi fa si era visto rifilare quattro anni per il suo ruolo nella scalata Antonveneta, e su cui ieri ne piombano altri tre e mezzo. In tutto fanno sette anni e mezzo: e anche se alla fine il conto totale potrà risultare meno salato poichè le somme giudiziarie sono spesso meno spietate di quelle algebriche, è pur sempre un dato impressionante. Certo anche i tre anni e mezzo rifilati a Francesco Gateano Caltagirone, costretto dalla sentenza a lasciare su due piedi il suo posto in Montepaschi per incompatibilità morale, non possono lasciare indifferenti. Ma la condanna di Fazio è la bocciatura - appena mitigata dalle attenuanti generiche - di una linea, quella della «difesa dell’italianità del sistema bancario», che ha ispirato il governatore in entrambe le scalate: assai diverse nei loro referenti politici, ma unite dalla comune battaglia contro lo sbarco «straniero».
Nelle aule di entrambi i processi, Fazio ha cercato di giustificare il proprio operato. Non ci riuscì davanti ai giudici del caso Antonveneta - surclassato da Gian Piero Fiorani, tanto agile e credibile quanto il governatore risultò impacciato - e a quanto pare non c’è riuscito davanti ai giudici dell’affare Unipol. L’assoluzione in entrambi i processi del capo della Vigilanza di Bankitalia, Francesco Frasca, lascia per intero in mano a Fazio il cerino delle responsabilità. Il governatore, dicono i due tribunali, sapeva perfettamente quali manovre e quali accordi preventivi si muovevano dietro gli annunci ufficiali delle cordate.
Ed è probabile che ad appesantire la posizione di Fazio, a renderla meno difendibile, sia stata anche la composizione delle cordate. Come sia potuto accadere che a giocare ruoli - da comprimari, se non da protagonisti - in operazioni di alta finanza destinate a influenzare il «sistema Paese» siano stati personaggi del calibro di Stefano Ricucci, Danilo Coppola e Luigi Zunino, una generazione di costruttori emersi dal nulla e di lì a poco nel nulla ripiombati con il crac delle loro holding, è un dettaglio su cui neanche le inchieste della Guardia di finanza sono riuscite a fare davvero luce.
Ieri la sentenza mette tutti sullo stesso piano, con pene che variano di pochi mesi l’una dall’altra: il governatore e gli scalatori, i colonnelli di Unipol e gli ex signori del mattone. Così Antonio Fazio dovrà fare i conti con Coppola e colleghi (oggi tutti verosimilmente poco solvibili) per pagare il risarcimento immediato a favore degli spagnoli del Bbva: quindici milioni di euro. Certo, per la colletta potrà farsi aiutare dai tre di ex Unipol (oltre a Consorte e Sacchetti c’è anche l’ex direttore finanziario Carlo Cimbri), ai quali si dice che nella loro nuova vita gli affari continuino ad andar bene, o da Caltagirone, o dall’ex deputato Udc Vito Bonsignore: quello che stava con Coppola e Ricucci nel «contropatto», e che venne poi convinto ad appoggiare Unipol. Sulle modalità di quella conversione avrebbe potuto aprire scenari interessanti la telefonata in cui Massimo D’Alema diceva: «Intendiamoci se Bonsignore deve restare nel patto resta perché gli ho dato una contropartita politica da un’altra parte». Ma quella telefonata in aula non è mai arrivata, grazie all’immunità parlamentare di cui D’Alema ha chiesto e ottenuto di farsi scudo.