Fazio e i furboni del quartierone

Il diritto all'indignazione in Italia è nella disponibilità di pochi, certificati ambienti, e si può esprimere solo verso persone dotate di pedigree. Indignarsi per un banchiere centrale che parla ciociaro, ha una figlia suora ed è un testone che difende la propria onorabilità non è consentito.
Che cosa si può fare allora se qualche ufficio giudiziario per settimane passa indiscrezioni ai giornali sulle sue future mosse come se invece che di un'indagine ci trovassimo di fronte alla telecronaca di una partita? Che cosa provare se ci s'imbatte in un teorema di questa fatta: Antonio Fazio non è indagato, ma lo interrogheremo la prossima settimana. E in quel momento, a sua tutela, gli spediremo un avviso di garanzia.
Che cosa dire di chi di fronte a questa untuosa procedura, comunicata pezzo per pezzo quotidianamente, titola: «Fazio indagato» (in realtà nelle ridicole spiegazioni è «indagabile» o al massimo «indagando») e arriva a scrivere che finalmente «Fazio sarà chiamato a rispondere». Così sul Corriere della Sera. Mentre altri scrivono che siccome non si è dimesso «tocca ora alla magistratura surrogare i compiti della politica».
Abbiamo premesso che non facendo parte di ambienti certificati alla Francesco Giavazzi e scrivendo di persone come Fazio prive di pedigree, non possiamo indignarci. Ma un senso di sporco per come si dipanano le cose della giustizia e dell'informazione italiane, è consentito?
Ed è lecito spiegare a chi vuole nuove surroghe giudiziarie alla politica e al mercato che non siamo più nel 1992, quando fu possibile decapitare la più parte dell'area moderata della politica italiana con l'uso unilaterale e politicizzato della magistratura? Non esistono le condizioni internazionali: l'Italia non è più in balìa di chi dall'estero voleva risolvere in quel modo le nostre «anomalie». La parte dell'Europa che allora coprì la liquidazione di uomini di governo come Bettino Craxi, Arnaldo Forlani e Giulio Andreotti, è in acque cattive dopo i referendum francese e olandese, e il voto tedesco. Negli Stati Uniti i rapporti con Roma sono ottimi.
Non vi sono, nonostante qualche disorientamento della società italiana, le basi sociali per riti selvaggi di epurazione. L'esperienza stessa della miseria della stagione di Mani pulite ha vaccinato molti.
Chi, contando sui suoi quarti di nobiltà, cerca d'innescare una nuova stagione giustizialista incontra immediatamente gravi contraddizioni. Quel che sta succedendo alla Fiat ha molti aspetti positivi, lo spirito di rilancio di quella grande impresa è encomiabile e d'appoggiare senza riserve. Ma chi pensava che fosse possibile l'uso di un moralismo unilaterale si trova immediatamente di fronte (dalla Repubblica all'Unità) a un coro di rimproveri per le operazioni disinvolte di Ifil nell'intervenire nel capitale azionario della società torinese.
L'idea di crocifiggere Fazio perché si è fatto vedere insieme con un Chicco Gnutti, condannato in primo grado per insider trading, lanciata dalle colonne di un quotidiano che nomina poi un manager di grandissimo valore e qualità ma che ha patteggiato per insider trading, non passa in cavalleria come ai bei tempi.
L'Italia ha senza dubbio bisogno di maggiore trasparenza e legalità: in questo quadro è indispensabile cambiare le regole anche di istituzioni come Bankitalia e possono persino essere necessarie le dimissioni di un galantuomo come Fazio (la cui politica di dirigismo bancario non è sempre condivisibile) ma pensare che invece che con la politica, questo si otterrà con le gazzarre mediatico-giudiziarie in gloria dei furboni del quartierone, forse, questa volta, è irrealistico.