Fazio, l’economista costretto a fare il banchiere

Interpreta il suo ruolo come quello di un garante supremo dell’economia nazionale, ma con la politica ha rapporti complessi

Angelo Allegri

da Milano

«La verità è una sola: ad Antonio Fazio le banche non interessano». Il banchiere sorride soddisfatto di fronte a quello che appare come un calembour. «Guardi che non scherzo: ripercorra la sua storia. Fino a quando ha potuto fare quello che gli piaceva, la politica monetaria, di noi si è occupato il meno possibile».
Sembra un paradosso: il governatore, coinvolto nelle guerre bancarie fino a rischiare il posto, ha in realtà un rapporto distaccato con mutui e sportelli. E forse si spiega così la quasi indifferenza con cui i suoi controllati hanno reagito alle vicende che lo riguardano. Le dichiarazioni di solidarietà sono state praticamente inesistenti. Scarsi sono del resto anche i rapporti con la nuova leva di banchieri scuola McKinsey (da Alessandro Profumo a Corrado Passera): troppo diversi percorsi e cultura. Istituzionali invece quelli con la vecchia guardia, mediati spesso dal segretario generale Angelo De Mattia. Unica eccezione, naturalmente, la familiarità con il banchiere scelto come riferimento: fino all’autunno del 2004 Cesare Geronzi, da allora a oggi Gianpiero Fiorani.
Certo è che la vocazione di Fazio per le banche è quanto meno tardiva. Al momento dell’addio di Carlo Azeglio Ciampi, chiamato alla presidenza del Consiglio nella primavera del 1993, Fazio è il vicedirettore anziano della banca centrale, in pratica il numero tre. Sopra di lui il direttore generale Lamberto Dini, di fianco a lui (ma più giovane per anzianità di servizio) Tommaso Padoa Schioppa. Sia Dini sia Padoa Schioppa sono candidabili alla poltrona di governatore, entrambi hanno esperienza internazionale e relazioni ad alto livello. Ma Fazio ha un atout importante: è uomo di studi, responsabile di tutta la ricerca economica, esperto di politica monetaria. Nella seconda metà degli anni Sessanta ha contribuito alla realizzazione del primo modello econometrico utilizzato da via Nazionale. Nell’Italia di allora, reduce dalle tempeste monetarie del 1992, a far paura sono cambi, inflazione e debito pubblico. Tutte grandezze che Fazio conosce bene e sa come tenere sotto controllo. E così Governatore diventa il terzo in graduatoria e non il secondo (non accadeva dai tempi di Einaudi).
Con la poltrona più alta arriva anche la responsabilità su banche e vigilanza. I primi passi dell’uomo di Alvito in un terreno poco conosciuto scorrono senza contrasti. Il leader si muove con circospezione e apparente disinvoltura. Poco dopo la nomina di Fazio c’è da risistemare il crac Ferruzzi: debiti per 31mila miliardi di allora, una sberla in grado di mettere a terra molti tra gli istituti coinvolti. Il regista della complessa operazione non è nella romana via Nazionale ma nella milanese via Filodrammatici: Banca d’Italia si limita a tenere d’occhio Enrico Cuccia, o poco più.
Le cose cambiano con il trasferimento delle competenze di politica monetaria alla Banca centrale europea. La strada per riqualificare l’attività di Palazzo Koch diventa proprio la vigilanza. E Fazio si getta a capofitto nell’impresa. Ha ereditato la legge Amato (1990) e il Testo unico bancario (1993) che hanno trasformato le banche da istituzioni in imprese. Ma si tratta di imprese fragili e poco efficienti. Il governatore decide di esercitare i suoi poteri di monarca assoluto del sistema finanziario. Più che un arbitro è un vigile urbano che indica il percorso obbligato ai manager delle banche: decide lui il destino degli istituti in difficoltà, favorisce, o addirittura pilota, qualche fusione o ne blocca altre. «Il modo in cui Fazio ha interpretato questo ruolo ha prodotto effetti deludenti», hanno scritto gli economisti del sito Lavoce.info. «Aggregazioni negate senza spiegare perchè, altre autorizzate senza che ne fossero evidenti le sinergie... il risultato è un sistema bancario tra i più costosi d’Europa». Nel marzo del 1999 stoppa, per esempio, le offerte pubbliche lanciate da Unicredit su Comit e da Sanpaolo su Banca di Roma. Perché? A distanza di tempo la risposta di chi visse queste vicende è una sola: lasciar agire le forze di mercato non corrispondeva al disegno strategico del governatore. E così il consolidamento tra gli istituti della penisola è rimasta una sorta di incompiuta. Anche i matrimoni fortemente voluti da Fazio, talvolta con scarso riguardo al mercato, hanno mancato di raggiungere l’obiettivo dichiarato: creare forti campioni nazionali in grado di resistere all’assalto straniero. E così, quando i nemici si sono annunciati ai confini, ci si è arrangiati come si è potuto.
Nel frattempo per Fazio è scoccata l’ora della politica. Fazio interpreta il ruolo di governatore come quello di supremo garante dell’economia nazionale. Una sorta di Corte di cassazione delle scelte di politica economica. Così Fazio, «freddino» con i governi di centrosinistra, nel maggio del 2001 si fa mallevadore dei programmi di Giulio Tremonti. Due anni dopo, e dopo i contrasti sul ruolo delle Fondazioni, le politiche del governo di centrodestra non piacciono più. E la guerra con Tremonti assume toni infuocati con le vicende Cirio e Parmalat.
L’attuale vicepresidente del Consiglio chiede di far luce sulle responsabilità della vigilanza nel non aver controllato le banche che lavoravano con Calisto Tanzi e Sergio Cragnotti. Ma Fazio non sembra aver dubbi. «C’è stato fin troppo chiasso», dice in un’audizione parlamentare, «i risparmiatori coinvolti sono molto al di sotto delle cifre allarmistiche circolate. Se fossero un milione avrebbero perso quattro soldi a testa».