Fazio: «Soldi ai politici da Fiorani? Mai saputo»

Nel mirino dei magistrati ora c’è la lobby dell’ex ad di Lodi

Gianluigi Nuzzi

da Milano

Antonio Fazio smentisce Giampiero Fiorani. L’ex governatore non sapeva dei soldi dati ai politici. Né soprattutto, aveva stretto una sorta di patto con Silvio Berlusconi barattando una visione benevola sui conti pubblici di Bankitalia in cambio di un nulla osta al monopolio delle scalate. Così ieri, per la prima volta da quando è indagato, lo stregone di Alvito esce allo scoperto. Infastidito, anzi proprio contrariato, da come Fiorani cerchi di scaricare su di lui le responsabilità. E affida al difensore, il penalista Franco Coppi, un’affilata smentita della tesi sostenuta da Fiorani. Punto primo: Fazio nega «qualsiasi accordo o patto con il presidente del Consiglio - si legge nella dichiarazione - i cui termini sono palesemente non credibili e chiaramente contraddetti dalle posizioni costantemente assunte dalla Banca d’Italia in tema di conti pubblici». Secondo: mai saputo nulla di versamenti ai politici. «Con riferimento a notizie di stampa secondo le quali - prosegue sempre l’ex governatore - avrei ammesso nell’interrogatorio davanti ai pm di Milano di essere al corrente di versamenti di denaro fatti nel mio interesse dal signor Fiorani all’onorevole Brancher e a politici della Lega è sufficiente leggere il verbale dell’interrogatorio per rendersi conto che ho detto esattamente il contrario».
Una linea che cerca quindi di portare il governatore a smarcarsi da Fiorani per indebolire la tesi dell’accusa ben sintetizzata dal gip Clementina Forleo nella sua ordinanza di scarcerazione per il banchiere di Lodi: «Fazio era interessato al mandato a vita a governatore della Banca d’Italia - scriveva la Forleo - per manovrare a suo arbitrio il sistema bancario giungendo anche a suggerire l’allocazione delle azioni rastrellate presso fondi siti all’estero». Ne consegue anche una smentita per il cosiddetto «patto dello Sciacchetrà» tra Berlusconi (che ha già smentito) e Fazio: «So che Grillo - raccontava Fiorani - disse che era importante un accordo politico con il governo perché si arrivasse a un mandato a vita del Governatore, mantenendo, tra le competenze di Bankitalia, anche la vigilanza sulla concorrenza. In cambio Fazio avrebbe dato il suo ok ai conti pubblici senza criticarli». Ma l’ex governatore ora minimizza quel ruolo di «regista occulto» che ritaglia il gip Forleo, ora nega di aver stretto accordi con Palazzo Chigi.
Le dichiarazioni che Fiorani ha reso sulla presunta lobby per favorire l’operazione Antonveneta e sui legami con il mondo politico hanno attirato le attenzioni della Procura di Roma. I Pm romani che indagano sulla scalata alla banca padovana intendono acquisire i verbali dell’interrogatorio di Fiorani per verificare alcune dichiarazioni dell’ex amministratore delegato sulle relazioni con il mondo politico della capitale.
A questo punto la Procura di Milano potrebbe anche decidere di riconvocare Fazio per risentirlo sulle ultime affermazioni di Fiorani. Ma ai magistrati interessa di più capire quanto questa lobby che Fiorani ha sostenuto di aver in qualche modo organizzato, raccogliendo o, meglio, cercando di raccogliere, sostegno e consenso sia nel centrodestra sia nel centrosinistra, abbia infranto il Codice penale. Sullo sfondo di una requisitoria processuale avrà certo un effetto suggestivo pari a quello mediatico, ma di difficile valenza penale. A meno che non si voglia sostenere la tesi del concorso in aggiotaggio già in fase di sperimentazione investigativa da un mese e mezzo con l’iscrizione nel registro degli indagati del senatore Luigi Grillo. Anche qui, tuttavia, gli effetti sono ancora incerti. I racconti di Fiorani non sono, o quantomeno non sembrano, sufficienti per sostenere a giudizio la tesi di un gruppo di deputati e senatori, cioè un livello parlamentare che agiva come lobby trasversale sotto impulso economico per indirizzare le scelte a favore di Fazio e, quindi, delle scalate. Con «l’italianità delle banche» utilizzata come foglia di fico. Sembra invece in una fase di assoluto stallo l’inchiesta su Giovanni Consorte, già presidente di Unipol e sul suo braccio destro Ivano Sacchetti.
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