È la faziosità il difetto peggiore della sinistra

Alcuni miei scritti sul degrado della politica italiana e il conseguente declino del Paese, e una mia lettera al Corriere, a proposito di una discutibile interpretazione del pensiero di Luigi Einaudi (ad usum centrosinistra, direi) da parte di Ugo Intini, socialista che pure stimo, mi hanno procurato molte lettere e, per quanto riguarda la mia precisazione su Einaudi, una nota sul Riformista di Emanuele Macaluso, amico anche se rispettivamente su posizioni politiche diverse.
Ritengo doveroso dare qualche risposta ai lettori che mi hanno chiesto chiarimenti e almeno una puntualizzazione all’amico Macaluso il quale, oltretutto, ogni volta che ci incontriamo, sembra quasi volermi dire: ma che ci fai su quella sponda? Nella sua pungente rubrica sul Riformista del 10 agosto scorso egli, citando quanto riferisce Andreotti nel suo diario del 1953 (Einaudi, allora capo dello Stato, a proposito di un eventuale incarico di governo a Merzagora, vi si oppose definendo il candidato «padronale»), mi esorta a non dimenticare «per il futuro questo Einaudi».
Ma sì, vediamo di spiegare ai lettori, che me lo hanno chiesto, e all’amico Emanuele (il cui anticonformismo, esercitato senza riguardi anche verso la sua sinistra, sarebbe piaciuto a Montanelli) le ragioni che mi tengono fermamente su questa sponda politica.
La mia adesione alla Casa delle libertà è una scelta tutta liberale, tutt’altro che conformista, come sa per primo il mio amico Silvio Berlusconi; i miei rapporti con gli avversari sono improntati a lealtà e fair play: non li considero nemici ma persone che hanno opinioni diverse dalle mie, con le quali si deve pur discutere e anche poter essere amici, come vogliono la democrazia e un naturale contegno civile.
Dunque, perché sono oggi con una parte politica che si oppone al centrosinistra di Prodi? Non solo perché non mi piace, ma perché sono molte le cose da cui dissento e non pochi i dubbi che mi suscitano atteggiamenti e decisioni della coalizione prodiana, a partire da Prodi stesso, lo ammetto.
Fondamentale per il «no» a questo centrosinistra è la mia contrarietà a una cultura, la cui origine risale soprattutto al Sessantotto, intrisa di faziosità, che non mostra alcuna comprensione per le diversità politiche, non ha nessun rispetto per le capacità intellettuali di chi non è a sinistra, una cultura peraltro a cui va attribuita la «malattia» sistemica che ha portato al declino la società e la democrazia italiane. So benissimo che le responsabilità sono almeno quarantennali, ma i fautori dell’attuale coalizione al governo ne hanno accettato tutta l’eredità, se ne servono per mantenere il potere e demonizzano gli avversari fino a considerarli e trattarli da nemici.
Non mi convincono, inoltre, né la politica interna né quella estera del governo Prodi. Tra le tante contraddizioni, la superficialità e l’illogicità, ci sono partigianerie che declassano le decisioni, rendendole irrazionali e persino provocanti, frutto quasi sempre di scelte dettate dall’ideologia di una sinistra prigioniera di un passato remoto assurdo. Eppure anche qui le mie convinzioni liberali mi portano a dare giudizi distinti verso gli avversari, al contrario di quello che avviene dall’altra sponda: ho rapporti civilissimi, per esempio, con Fassino, e confesso che mi spiace che si tenga fuori dalle candidature per il Partito democratico, lui che ha più numeri degli altri; ho considerazione per l’intelligenza di Amato, e mi chiedo come sia finito nell’attuale sinistra, che presa globalmente è assai peggiore di quella precedente; considero un buon tecnico l’economista Padoa-Schioppa, ma me ne è venuta meno la stima umana quando ne ho ascoltato in Parlamento l’inconsulto e davvero indecoroso attacco al comandante della Guardia di Finanza, del quale avrebbe fatto meglio a lasciare la responsabilità a Visco; ho molto rispetto, poi, per uomini come Gavino Angius, che ha detto no al Partito democratico, ma anche alle irragionevolezze ideologiche di una sinistra irrazionale.
Quanto alle mie riflessioni future sul pensiero di Einaudi e alle scelte che ne possono derivare - questo è per Macaluso - assicuro che la mia passione politica non potrà mai indurmi a partigianerie. Chi mi conosce sa che non sono un uomo di voltafaccia, ma capace di rinunce sì, pur di mantenere fede alle mie convinzioni. Ma ci sarà modo di riparlarne, vista la tirannia dello spazio.