Il fazzoletto insanguinato di Sollecito

La polizia ha sequestrato anche una spugnetta con delle macchie sospette. I legali di Raffaele: "Il sangue è suo, soffre di epistassi". Sotto esame il pc del ragazzo

Perugia - Un fazzoletto sporco di carta di sangue e una piccola spugna. Sono questi i reperti sequestrati nella casa perugina di Raffaele Sollecito al termine delle cinque ore del sopralluogo notturno effettuato dalla scientifica martedì nel piccolo appartamento al piano terra di corso Garibaldi.
Nessun esito, invece, dal Luminol: non c’è sangue sul pavimento della casa dove Raffaele e Amanda Knox dicono di essersi svegliati la mattina del 2 novembre, all’indomani dell’omicidio di Meredith Kercher.

Gli esami, si concentreranno dunque sugli 11 campioni prelevati due giorni fa all’interno dell’auto dello studente barese e sui due reperti sequestrati nell’appartamento che il giovane stava per lasciare: si sarebbe dovuto laureare proprio oggi. Le tracce ematiche sul fazzoletto, però, per i legali del ragazzo, Luca Maori e Marco Brusco, sarebbero proprio di Raffaele che soffriva di epistassi. Sotto il microscopio anche la spugna, nell’eventualità che sia stata utilizzata per pulire tracce di sangue dal pavimento o dalle scarpe.
Già, perché le prime risultanze dell’esame irripetibile sulle «Nike» di Raffaele, così come quello sui coltelli sequestrati al barese, non rivelerebbe tracce ematiche. Non c’è sangue di Meredith nei primi test effettuati sulle tre lame, non c’è nemmeno sui tre campioni di superficie della suola, ritenuta «compatibile» con un’impronta lasciata nella stanza dove la studentessa londinese è stata uccisa. Le risultanze definitive della scientifica arriveranno però solo oggi da Roma, e potrebbero riservare sorprese.

L’assenza di sangue non esclude la presenza sui reperti del Dna della vittima, come «residuo» di macchie ematiche lavate o degradate dal tentativo di eliminarle. E comunque, in caso di esito negativo, l’analisi va ripetuta su altri campioni di materiale, o sull’intera superficie delle lame e su tutta la parte a contatto della suola.
Intanto, mentre oggi la polizia postale perugina analizzerà il pc di Raffaele per capire se il ragazzo barese era al computer quella notte, anche ieri per gli Ert, Esperti ricerca tracce, è stata una giornata di lavoro. Alle 17.15 si sono messi all’opera nel pub di Patrick Diya Lumumba, per effettuare rilievi alla ricerca di elementi eventualmente portati dalla scena del delitto al locale dove l’uomo di origine congolese, che per Amanda è l’assassino di Mez, afferma di aver trascorso la sera del primo novembre. C’è ancora incertezza sull’ora del delitto, che continua a oscillare in base agli orari dell’ultima cena consumata dalla ragazza inglese con le amiche. Ma l'alibi del barista e musicista congolese, secondo i suoi avvocati, lo «copre» ormai per tutta la sera tra le testimonianze di chi, come il professore svizzero, è stato con lui fino alle 22, e gli scontrini emessi dal registratore fiscale: dalle 22.28 a 34 minuti dopo mezzanotte, con chiusura di cassa sei minuti prima dell’una.

Al momento, peraltro, di Patrick non è stata letteralmente trovata traccia nella casa di Meredith e Amanda.
Ma ieri nei laboratori della scientifica sono cominciati gli accertamenti sui 29 reperti sequestrati in via della Pergola: libri, buste, quaderni, appunti, cartoline. E la federa di cuscino imbrattata da quattro dita insanguinate. Oggetti con decine di impronte da evidenziare e identificare, tracce che potrebbero dire di più su chi era in quella casa la notte in cui Meredith venne uccisa. Più delle versioni messe a verbale da Amanda, verità spesso capovolte in poche ore, ma comunque decisive per l'impianto accusatorio, che non è detto reggano nella fase dibattimentale. Non solo perché la ragazza era ancora «persona informata dei fatti» (varrebbero comunque nei confronti degli altri indagati), ma perché così contrastanti da non essere credibili.