Fbi svela il caso Black Dahlia: «Ecco perché abbiamo fallito»

Sul sito del Federal Bureau i fascicoli dedicati all’assassinio dell’aspirante attrice: un omicidio rimasto irrisolto dopo quasi sessant’anni

nostro inviato a New York
«Nome: Elizabeth. Cognome: Short. Razza: bianca. Capelli: rossi. Altezza: 165 centimetri. Peso: 54 chili. Caso: Black Dahlia. L’assassino sarà preso in due settimane». Quindici giorni sono diventati sessant’anni. Il killer non c’è e non c’è mai stato. Adesso è un gioco da ragazzi: Black Dahlia è diventato romanzo e cinema. Ora internet: l’Fbi non ha ancora capito che cosa accadde la sera del 15 gennaio 1947, ma ha messo i documenti del mistero on line. Duecento pagine di nomi, cognomi, interrogatori, omissis: c’è la cronaca e non la storia. Elizabeth era una ragazza che sognava di fare l’attrice. Aveva lasciato la madre per andare a vivere col padre. Lui stava a Los Angeles: Elizabeth poteva alzare gli occhi e vedere la scritta «Hollywood» sulla collina. Soffriva d’asma, Beth. Però beveva: la trovarono ubriaca una sera del 1943. Era minorenne e la riportarono a casa dalla madre. Pochi anni, poi di nuovo in California. Era il 1946: «A Long Beach cominciarono a chiamarla Black Dahlia. Vestiva sempre di nero ed era appassionata del film La Dalia Azzurra». Stop: l’ultima volta che la videro fu la sera del 9 gennaio 1947. Nella hall dell’Hotel Biltmore. «Probabilmente, era in compagnia di un uomo». Il 15 gennaio, il suo corpo nudo viene trovato squarciato all’altezza della vita. Massacrato. L’avevano mutilata in un sobborgo di Los Angeles, alla periferia della fortuna. Aveva 22 anni.
Il Federal Bureau of Investigation racconta il delitto perfetto. Talmente perfetto da non aver portato dopo sessant’anni alla verità. Furono ascoltati molti uomini. Ci sono sospetti sulla vita di Beth. La Scarlett Johansson vera era una ragazza «ambigua», scrivono. Forse faceva la squillo, forse era semplicemente un’illusa in cerca di notorietà e felicità. Si scrive: «Il corpo mutilato come fosse un manichino». I sospetti: non fu uccisa nello stesso luogo nel quale fu trovata. Poi lo strano caso: gli uomini dell’Fbi arrivarono a identificare la vittima soltanto 56 minuti dopo il ritrovamento del cadavere, tramite le impronte digitali spedite da Los Angeles con la «Soundfoto», un fax primitivo usato allora dalle agenzie di stampa. Le confrontarono con quelle conservate nell’arresto della Short a Santa Barbara in stato di ubriachezza nel 1943. Cartelle e documenti: l’Fbi pubblica i certificati di nascita e morte di Beth, la macabra descrizione fisica al momento della morte. C’è il giro dell’America fatto dagli investigatori alla ricerca del colpevole: gli interrogatori alla caccia di un movente e di un colpevole che non sarebbe mai stato trovato. Del delitto furono accusate 22 persone, ma nel fascicolo entrarono centinaia di sospetti, alcuni dei quali si erano auto-accusati di un crimine che aveva fatto scalpore. C’era tutto: sangue e sesso. Il sospetto che la Dalia fosse incinta di un uomo celebre, o che sapesse segreti di una società corrotta e viziata. C’è anche una lettera anonima: «Probabilmente inviata dall’assassino». È tutto un forse. Punti interrogativi, domande. Nessuna risposta. Gli articoli di giornale, anche. La stampa riuscì ad arrivare prima dei Federali sul luogo del delitto: fu un reporter a scattare la foto che impressionò l’opinione pubblica. Un reporter, non un poliziotto.
Altri sospetti: un distretto di polizia forse troppo silenzioso. Un memo invitava gli agenti a effettuare indagini tra gli studenti della Facoltà di medicina della Southern California Medical School. Le indagini furono fatte male: Beth non era nessuno. Non aveva neanche una famiglia. Morì in un posto vicino a dove sarebbe finita la vita di Marilyn: due esistenze diverse, due morti misteriose, due gialli. Adesso l’Fbi si scusa con un’operazione di marketing: «Questi sono i documenti, guardate voi perché non siamo riusciti a risolvere il mistero». Altre cartelle: le analisi rilevarono come la mutilazione del corpo fosse precisa. Da bisturi. In quelle pagine non c’è il nome del chirurgo Walter Bayley. Viveva in una delle case vicine a quelle in cui fu ritrovata Black Dahlia. Fu sospettato nel 1949, molto più tardi dei quindici giorni in cui avrebbero dovuto trovare l’assassino. Non fu mai incriminato, comunque: era troppo facile. O forse troppo difficile.