«Febbre suina? Il vero rischio è la Tbc»

Roma Eccessivo l’allarmismo per l’influenza suina. Assolutamente inadeguati controlli e profilassi per la tubercolosi. Una patologia sconfitta da tempo nei paesi sviluppati come l’Italia ma che ora con l’ondata migratoria si ripresenta, oltretutto con ceppi resistenti alle terapie. La denuncia arriva da un luminare da sempre impegnato sul fronte della sanità pubblica: Fernando Aiuti, pioniere della lotta all’Hiv e oggi presidente della commissione Salute del Comune di Roma.
Professor Aiuti gli italiani non devono preoccuparsi per l’influenza suina arrivata dal Messico?
«Allerta ma nessun allarmismo per il virus A/H1N1. Non abbiamo casi di infettati nel nostro paese ma soltanto pazienti arrivati qui e già contagiati in Messico. L’Italia ha una buona rete di controllo. Non si deve abbassare la guardia però perché in Europa siamo stati gli ultimi e dunque potremmo prendere l’onda lunga. Penso potremmo avere ancora qualche caso sporadico ma se per dieci giorni non ci saranno nuovi casi direi che ne siamo fuori. L’attenzione dovrà rialzarsi in autunno con il ritorno delle influenze stagionali».
Perché l’influenza suina ha colpito di più i giovani?
«Perché gli anziani si erano vaccinati o avevano già avuto influenze provenienti da ceppi simili. Se l’influenza colpirà persone più a rischio, anziani, diabetici o immunodepressi allora il tasso di letalità, il tasso di morti rispetto al totale degli ammalati, si alzerà. Anche in questo caso non è l’influenza che uccide ma le complicanze, come avviene ogni anno per qualsiasi altro virus. In media in Inghilterra ogni anno muoiono seimila persone, in Italia 4/5 mila. Se si alza molto il numero degli infettati si alzerà inevitabilmente anche il tasso di letalità».
Ritiene che patologie potenzialmente più letali dell’influenza suina vengano sottovalutate?
«Sì. I dati delle infezioni da tubercolosi a Roma registrati dal primo gennaio al 21 marzo segnalano un raddoppio rispetto all’anno precedente. In meno di tre mesi 145 casi che corrispondono a 600 casi in un anno, stiamo peggio della Lombardia. E va detto che la maggioranza dei casi riguarda immigrati».
L’Italia rischia una recrudescenza della tubercolosi?
«Sì. Il fatto che due regioni sentinella come il Lazio e la Lombardia registrino un raddoppio dei casi comprova un rischio reale».
Che fare?
«Non possiamo permettere che clandestini ammalati di tbc rifiutino di controllarsi: vanno portati in ospedale e curati. Un anno fa ho allertato le istituzioni competenti lanciando un progetto di censimento per tutti i campi nomadi e tutti gli extracomunitari. Progetto approvato ma i soldi non arrivano. Intanto abbiamo una situazione drammatica proprio qui a Roma. Invece di risolverla stiamo assistendo a un rimpallo di responsabilità tra Asl, Comune e prefetto».
Quale?
«Una donna rom è morta di tubercolosi. Viveva in un agglomerato di baracche nei pressi di via del Flauto, nel V municipio. Insediamento totalmente abusivo che non risulta neppure tra quelli irregolari censiti dal comune. In questo campo vivono un centinaio di persone in una situazione drammatica: niente acqua, niente bagni chimici e topi grossi come gatti che scorrazzano tra le baracche. Il decesso è stato segnalato e la Asl è intervenuta verificando con certezza la presenza di un altro malato di tbc. Purtroppo quasi tutti i rom che vivono lì non vogliono andare all’ospedale per effettuare i controlli necessari, si rifiutano».
E allora ?
«Le responsabilità sono chiare: tocca al prefetto, non al sindaco, sgomberare il campo e allo stesso tempo la Asl deve obbligare le persone presenti a sottoporsi ai controlli in ospedale».
Ma se si rifiutano?
«Si chiamano i vigili, si caricano su mezzi del Comune e si portano in ospedale e si sottopongono a cura coatta. È un caso che coinvolge la salute pubblica e dunque il malato non può sottrarsi alle cure che vanno imposte se necessarie. Io sono contrario ai medici-spia ma in questo caso non c’entrano niente mentre è in gioco la salute pubblica».