Febbrili trattative sul rifinanziamento delle missioni di pace, scontro sulla fiducia. D’Alema è ottimista: «Tutti i gruppi voteranno sì». Villetti (Rnp): «Un accordo o il governo cade» Afghanistan, Prodi davanti a un campo minato I Comunisti itali

Laura Cesaretti

da Roma

Il concetto chiave di una giornata di frenetiche trattative nella maggioranza sulla missione in Afghanistan è «riduzione del danno». Concetto normalmente usato per la tossicodipendenza, in questo caso applicato alle precarie condizioni del governo Prodi.
A tirarlo fuori, nella riunione pomeridiana dei capigruppo dell’Unione con il ministro degli Esteri Massimo D’Alema è stato il presidente dei deputati della Rosa nel Pugno Roberto Villetti: «Cerchiamo di trovare un accordo almeno sulla riduzione del danno, ossia sull’evitare che il governo cada». Proprio negli stessi minuti, a dimostrazione di come la situazione del centrosinistra in Senato rischi ogni momento di andare fuori controllo, l’aula di Palazzo Madama aveva respinto nel segreto dell’urna, grazie ai franchi tiratori, le dimissioni da senatori di sette ministri e sottosegretari. E il pericolo che il 27 luglio, quando si voterà in Senato il ddl sulle missioni militari, la maggioranza dimostri di non essere «autosufficiente» è concreto: i dissensi della sinistra dell’Unione sono tutt’altro che rientrati, nonostante l’ottimismo sparso a piene mani ieri sera: «Tutti i gruppi voteranno sì al ddl», assicurava D’Alema. Ma l’annuncio di Silvio Berlusconi che la Cdl dirà sì alle missioni militari può suonare come un «tana libera tutti» per chi nel centrosinistra non riesce a digerire la permanenza in Afghanistan.
«Per ora cerchiamo di concentrarci sul passaggio del ddl alla Camera, la settimana prossima, visto che qui problemi di numeri non ne abbiamo», spiega il vicecapogruppo dell’Ulivo Gianclaudio Bressa. «Poi al Senato si vedrà». Con la riunione di ieri Rifondazione e i Verdi hanno ottenuto la bandierina di una mozione «politica» che accompagni il ddl, in cambio dell’impegno a ritirare gli emendamenti. Il Pdci si è strenuamente opposto alla mozione, e il capogruppo Sgobio ha annunciato ai colleghi che il suo partito mantiene i propri emendamenti anti-Afghanistan. «Non c’è nessun accordo sul provvedimento», dice Diliberto. «Alla fine il Pdci il decreto lo vota, ma vogliono piantare la bandierina del loro emendamento contro Enduring Freedom per dimostrare di essere più pacifisti di Rifondazione», dice Bressa. Nel frattempo le minoranze di Rifondazione (quattro senatori e tre deputati) ribadiscono per bocca di Salvatore Cannavò che per quanto li riguarda «resta il no al decreto così com’è: vedremo come andrà il confronto sugli emendamenti e alla fine decideremo come votare».
Controllare gli ultrà pacifisti sembra un’operazione improba: ieri in commissione Bilancio alla Camera Gianluigi Pegolo (Prc) ha votato contro il parere favorevole alla copertura finanziaria del decreto sulle missioni, costringendo il capogruppo Gennaro Migliore a stigmatizzarne il comportamento. Contemporaneamente al Senato un altro dissidente di Rifondazione, Fosco Giannini, si asteneva, facendo bocciare il parere favorevole sul Dpef. Segnali di malessere ovunque, tanto che ieri si è diffusa la voce che Romano Prodi era intenzionato a porre la fiducia sul decreto Afghanistan, per compattare la maggioranza e «delimitare il campo», come spiegava Gennaro Migliore, impedendo alla Cdl di diventare «determinante» con i suoi voti per la politica estera del governo. Lo stesso ministro della Difesa Parisi sembrava non escluderla: «È un problema che valuteremo in corso d’opera». Mentre D’Alema scuoteva la testa: «Se si può evitare è meglio».
A sera, una nota del Quirinale in cui Giorgio Napolitano benedice le larghe intese sulla politica estera, giudicando «positivo» il voto della Cdl sull’Afghanistan, ha bloccato il tormentone. E posto le basi per sdrammatizzare l’eventualità che al Senato il ddl passi solo grazie all’apporto dell’opposizione. «Tanto più - ragiona qualche dirigente della maggioranza - che si voterà a fine luglio, la gente sarà distratta e le ripercussioni politiche della nostra non autosufficienza saranno depotenziate». Una logica da «riduzione del danno», per l’appunto.
D’Alema, nel vertice di ieri, ha attaccato duramente l’ala pacifista, e in particolare il Pdci: ««Non è possibile che ogni volta che si arriva a una mediazione, poi la si lasci alle spalle e si riparta da zero. Una mediazione per essere tale deve andare nei due sensi». E ha aggiunto: «Non capisco come fate a mantenere i vostri emendamenti, che verranno bocciati, e poi a votare comunque un provvedimento che dice il contrario di quel che chiedevate». Quanto alle «questioni di coscienza» dei pacifisti, «le comprendo alla Camera, ma deve essere chiaro a tutti che al Senato diventano questioni di incoscienza, perché ne va della credibilità della maggioranza e della vita di questo governo».