Fecondazione assistita, quando la legge non agevola la coppia

La legge sulla Pma (Procreazione medicalmente assistita) compie 10 anni e continua a essere al centro del dibattito per alcuni limiti. La crisi economica ha portato a considerevoli tagli di fondi anche nel Sistema sanitario tanto che, secondo le ultime stime del Censis, 9 milioni di italiani non hanno potuto accedere a prestazioni sanitarie per mancanza di liquidità.
Penalizzato risulta il settore della Pma che riguarda il 15% delle coppie sterili (incapaci di concepire), e infertili (impossibilitate a portare a termine la gravidanza), perché il Ssn è in grado di occuparsi solo di una parte dei cicli necessari per ottenere una gravidanza senza coprire tutte le spese qualora fossero necessari altri cicli.
Con l'obiettivo di abbattere i costi, ad esempio, la Regione Friuli Venezia Giulia ha già approvato una delibera che non prevede il rimborso di più di tre cicli di fecondazione alle pazienti, limitando i trattamenti ai 42 anni, e sembra che questa soluzione possa essere estesa a tutte le regioni.
Per quanto riguarda la rimborsabilità dei trattamenti di Pma, ogni Regione può decidere autonomamente se e quanti cicli di fecondazione rimborsare alle coppie che si affidano a una struttura pubblica o convenzionata. Dai dati raccolti nei centri Tecnobios Procreazione su circa 2mila pazienti è emerso che in tutte le fasce d'età le probabilità di gravidanza rimangono stabili su ogni ciclo fino al sesto. Vuol dire che, visto l'elevato costo della Pma, che si aggira sui 2.500 euro, se le pazienti si fermano ai tre tentativi consentiti senza ottenere una gravidanza vengono considerate inabili al concepimento, mentre potrebbero avere qualche possibilità se i tentativi fossero estesi a 6 cicli. La soluzione? «Basta utilizzare le risorse economiche secondo le linee guida da concordare con i medici, eliminando i costi legati a esami e interventi non indispensabili», puntualizza Carlo Flamigni, ginecologo e consulente scientifico di Tecnobios, centro specializzato nella diagnosi e cura della sterilità e nelle tecniche di fecondazione assistita a Bologna. Tuttavia permangono importanti limiti nell'applicazione della legge 40/2004 poiché consente la diagnosi pre-impianto con valutazione morfologica dell'embrione per individuare alterazioni cromosomiche (sindrome di Down) e controlli nei casi di patologie gravi (come Aids), che riguardano 120mila pazienti in Italia.
«Ci sono anche casi di epatite C e B - dice Valeria Savasi, ricercatrice dell'Università di Milano - e di gravi malattie genetiche che non possono essere gestite perché la legge non prevede l'intervento su pazienti che non siano dichiarate sterili o infertili».