La Fed ai mercati: attenti ai tassi, l’inflazione fa paura

Ma le parole di Bernanke non convincono: l’euro vola oltre 1,32 dollari. Il crollo degli ordini di beni durevoli favorisce le attese di tagli

Rodolfo Parietti

da Milano

Ben Bernanke manda un avviso ai mercati: sull’evoluzione dei tassi Usa, non c’è nulla di scontato. Mentre le scommesse a favore di un taglio del costo del denaro nel marzo dell’anno prossimo sono salite ieri al 54% dal 51% del giorno prima, il presidente della Federal Reserve ha posto una sottolineatura non sulla frenata del mercato immobiliare, responsabile per buona parte della decelerazione della crescita economica, bensì sui rischi d’inflazione.
Restano insomma i prezzi la vera spina nel fianco della Banca centrale americana, la vera variabile-chiave nelle future decisioni di politica monetaria. Ma i mercati non se ne sono curati. Per la prima volta dal marzo 2005, l’euro ha sfondato il muro di 1,32 dollari (a 1,3205), spinto al rialzo dal crollo in ottobre degli ordini di beni durevoli Usa (meno 8,3%) e dalla flessione a sorpresa in novembre della fiducia dei consumatori americani.
Davanti alla Fondazione italoamericana di New York, Bernanke ha parlato di un’inflazione core (al netto di alimentari ed energia) «fastidiosamente elevata», tale da richiedere «un attento monitoraggio», soprattutto per quanto riguarda i costi del lavoro. Anche se questa dinamica è prevista rallentare gradualmente, il successore di Alan Greenspan non ha nascosto che «la mancata discesa dei prezzi come atteso creerebbe in particolar modo dei problemi». E a quanti considerano la crisi del mattone l’elemento di criticità destinato a piegare le resistenze della Fed, orientandone le scelte in direzione di una sforbiciata ai tassi, Bernanke ha risposto argomentando che la correzione del settore immobiliare perdurerà fino alla fine dell’anno (in ottobre, tuttavia, le vendite di case esistenti sono salite per la prima volta in otto mesi anche se il calo dei prezzi è su livelli record), ma che non ci sono segnali di ripercussioni sulle spese dei consumatori e sui livelli occupazionali. In ogni caso, nel 2007 l’America riprenderà «un ritmo più vicino al potenziale» e la crescita del Pil nel quarto trimestre dell’anno, ha aggiunto il numero uno della Fed, dovrebbe essere in linea con quella dei due trimestri precedenti. Quindi, tra l’1,6 e il 2,6%.
Il focus sull’inflazione indica che il dibattito all’interno della banca centrale di Washington è quanto mai vivo. Se Bernanke ha usato espressioni più sfumate, ben più diretto si è mostrato Charles Plosser, presidente della Fed di Philadelphia, secondo il quale «rimane qualche rischio che la politica monetaria non sia abbastanza decisa per assicurare un ritorno alla stabilità dei prezzi su un orizzonte temporale ragionevole».
La reazione di ieri sui mercati valutari sembra però indicare che, al momento, ci sono poche perplessità su come si muoverà la Fed nel 2007. Così come non vi sono dubbi sulla linea d’azione della Bce: le previsioni indicano un rialzo dei tassi in dicembre e un altro nella prima parte del 2007. Tutti elementi favorevoli a un ulteriore apprezzamento dell’euro. Un dollaro forte è «chiaramente nei nostri interessi», ha detto ieri il segretario al Tesoro Usa, Henry Paulson. Ma a molti le sue parole sono suonate come una poca convinta difesa d’ufficio del biglietto verde.