Fed, Bernanke promette altri rialzi dei tassi

Rodolfo Parietti

da Milano

Come promesso, il neopresidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, si muove nel solco tracciato da Alan Greenspan e alza i tassi per la quattordicesima volta consecutiva di un quarto di punto, portandoli al 4,75%. Prima volta al timone della Fed, per l’ex capo dei consiglieri economici di George W. Bush, in un momento in cui l’economia americana è pervasa da segnali contraddittori che rendono difficile l’analisi congiunturale in prospettiva. Ma Bernanke sembra avere le idee chiare: altre strette potrebbero essere necessarie per contrastare, sottolinea a chiare lettere il comunicato con cui l’istituto centrale Usa ha archiviato ieri la due giorni del Fomc, il braccio operativo in materia di politica monetaria.
Niente pause, quindi, nemmeno dopo ventuno mesi di manovre restrittive, nonostante alcuni segnali lasciassero presagire toni più rassicuranti sul cammino futuro che Bernanke intende intraprendere. La Fed gioca invece ancora in difesa, nonostante la frenata dello sviluppo economico nel quarto trimestre del 2005 (più 1,6% dopo il più 4,12% del periodo precedente) venga considerato un episodio tutto sommato fisiologico all’interno di un’espansione robusta e in atto da quando è stata debellata la recessione 2001. «Il rallentamento della crescita nel quarto trimestre del 2005 sembra largamente riflettere fattori temporanei e speciali», recita la nota. Che subito dopo pone infatti l’accento sul forte rimbalzo registrato tra gennaio e marzo di quest’anno, ma anche sulla possibilità che la crescita «rallenti a un passo più sostenibile».
Gli aspetti di criticità, per i quali si deve in buona sostanza il mantenimento del livello di attenzione a «codice giallo», sono peraltro quelli più volte richiamati nell’ultima fase della gestione Greenspan. Ovvero, i prezzi di petrolio e delle materie prime, che potrebbero innescare pressioni sull’inflazione se combinati con l’utilizzo di risorse. I prezzi al consumo sono tuttavia, al momento, considerati sotto controllo (più 0,1% a febbraio), così come le aspettative di inflazione appaiono contenute. Questo è un punto centrale per decifrare le future mosse di Bernanke, per il quale l’andamento dei prezzi costituisce una sorta di magnifica ossessione. Soprattutto se l’ex professore di Princeton riuscirà a imporre alla Fed quel target di inflazione sul modello Bce, sempre osteggiato da Greenspan.
Nel comunicato finale, più stringato rispetto a quelli cui aveva abituato Greenspan, Bernanke non fa invece menzione del forte ridimensionamento subito dal settore immobiliare, cosa che invece il presidente aveva fatto qualche giorno fa sottolineando comunque che la situazione era sotto controllo. È peraltro vero che il crollo delle compravendite di case in febbraio (meno 10,5%) potrebbe suonare come un vero e proprio campanello d’allarme, se si considerano le ripercussioni che un calo così deciso del mercato potrebbe avere sul comportamento dei consumatori, dai quali dipendono i due terzi del Pil Usa. Lo scoppio della bolla immobiliare potrebbe infatti creare seri problemi di rifinanziamento dei mutui, uno strumento utilizzato dagli americani come forma di liquidità aggiuntiva. I debiti delle famiglie ammontano a 12mila miliardi di dollari: una montagna di quattrini che Bernanke non può certo ignorare.