La Fed non molla: nuove misure anti-crisi

Gli economisti: sono ormai pochi gli spazi per ridurre il costo del denaro

da Milano

Ben Bernanke non molla. Anche se l’America sembra condannata a scivolare nella recessione, come confermato ieri dal Fondo monetario internazionale, la Federal Reserve continuerà ad aggredire la crisi. Per evitare, almeno, quella «prolungata e severa correzione» dell’economia paventata nelle minute dell’ultima riunione della banca centrale. Occorrono però nuovi strumenti: l’enorme massa di liquidità garantita ai mercati a partire dalla scorsa estate, non è servita a debellare il credit crunch; né i ripetuti tagli dei tassi (dal 5,25 dell’agosto scorso al 2,25% attuale) hanno riportato fiducia e ridato vigore alla crescita, mentre nuove minacce arrivano dai prezzi petroliferi, schizzati ieri a New York a 112,21 dollari il barile, nuovo record storico (il precedente era di 111,80), e a Londra a 109,50 (record anche in questo caso) in seguito all’inaspettato calo delle scorte Usa (meno 3,15 milioni di barili la scorsa settimana).
Insomma, pessime notizie per gli automobilisti. In Italia, sono già scattati rincari a raffica che hanno portato il prezzo delle verde a sfiorare quota 1,4 euro al litro e il gasolio vicino a 1,37.
Anche se mai come durante questa crisi gli strumenti della politica monetaria hanno mostrato i propri limiti, la Fed pare aver quasi esaurito le munizioni dei tassi. I margini di manovra sono infatti diventati più ristretti (molti economisti limitano a un quarto di punto il prossimo intervento sul costo del denaro), anche in ragione dell’andamento poco rassicurante dell’inflazione; inoltre, all’interno del board, si è già consumata una mini-spaccatura sull’opportunità di proseguire sulla strada della riduzione dei Fed Fund. Ecco così prendere corpo l’idea di battere altre strade per fronteggiare l’emergenza. Tra le opzioni, quella relativa a un incremento da parte del Tesoro dei finanziamenti destinati alla copertura delle spese governative; l'eccedenza verrebbe depositata proprio presso la Fed, che la impiegherebbe per acquistare titoli di Stato da «girare» successivamente alle banche con l’acqua alla gola in cambio di asset meno sicuri. Inoltre, il Tesoro potrebbe vendere debito a nome della Fed anziché in proprio. Infine, si potrebbe anticipare la riforma prevista per il 2011 in base alla quale dovranno essere pagati interessi sulle riserve delle banche commerciali. Secondo il Wall Street Journal, queste misure «eliminano in larga parte il rischio di esaurire le scorte di titoli di Stato in possesso della Fed, perdendo così la capacità di sanare il sistema finanziario». In agosto prima della crisi di liquidità i Treasury in possesso della Fed ammontavano a 790 miliardi di dollari.
Da allora, la Fed ha venduto o prestato 300 miliardi. Le soluzioni prospettate dovrebbero inoltre scongiurare il pericolo di far scendere i tassi a livelli inaccettabili. Ciò potrebbe succedere, per esempio, se la banca centrale decidesse di stampare una quantità illimitata di denaro. «Dato che le riserve non garantiscono alcun interesse - spiega il Wsj - le banche prestano il denaro che eccede dai requisiti minimi di patrimonialità. Ciò esercita una pressione al ribasso sui Fed Fund. La Fed - aggiunge la Bibbia della finanza - potrebbe acquistare asset finanziari ed effettuare prestiti illimitati ampliando così le riserve in suo possesso. Ma questo spingerebbe a zero il livello dei tassi interbancari».