Fed pronta ad agire, ma a settembre

Non adesso, forse a settembre. A Jackson Hole, Ben Bernanke apre uno spiraglio a favore di nuove misure supplementari destinate a sorreggere la zoppicante ripresa Usa. La tempistica prospettata non è quella attesa alla vigilia del meeting nel Wyoming dei governatori della Fed, della manovra di quantitative easing 3 (il riacquisto di T-bond) non c’è ancora traccia, ma ai mercati l’apertura di Bernanke è piaciuta. Bene Wall Street (+1,5% a un’ora dalla chiusura), danni limitati in Europa grazie anche all’effetto-Libia (-1% Milano). Eppure, Bernanke non ha detto nulla di sorprendente, limitandosi a parlare genericamente di essere pronto «a usare gli strumenti appropriati per promuovere una ripresa più solida in un contesto di stabilità dei prezzi». Più o meno, parole quasi in fotocopia della nota dell’ultima riunione della Fed.
È insomma bastato quella sorta di «stay tuned», quel «restate sintonizzati» fino a settembre, perché quello potrebbe essere il mese giusto, per offrire nuovo ossigeno all’economia. C’è in realtà, almeno per ora, un solo indizio che fa pendere la bilancia dalla parte dell’alleggerimento monetario: la riunione del board durerà due giorni, non uno solo come ormai d’abitudine. Più tempo, insomma: per valutare i pro e i contro dell’intervento, considerato che sui tassi - schiacciati a zero - non c’è spazio di manovra. Ma anche un doppio appuntamento che, con buona probabilità, rischia di scavare un solco ancora più profondo tra i «falchi» e le «colombe» dell’istituto. Ieri, mentre Bernanke parlava, il presidente della Fed di Philadelphia, Charles Plosser, ribadiva: «È un errore mantenere i tassi bassi almeno fino alla metà del 2013, la politica monetaria non deve essere dettata dal calendario». Lecito, dunque, aspettarsi un braccio di ferro ben più serrato sull’adozione del cosiddetto Q3. L’alto tasso di litigiosità all’interno della banca è peraltro lo stesso che Bernanke rimprovera a democratici e repubblicani, che «non dovrebbero ignorare la fragilità della ripresa». Ed è proprio al Congresso che il capo della banca Usa si rivolge quando si dice convinto che la prima azione di sostegno economico alla nazione deve venire dalla politica. «Le sfide per la politica sono due: aiutare la ripresa e farlo in modo che l’economia possa realizzare il proprio potenziale di lungo termine». Ciò significa muoversi a largo spettro, come un antibiotico anti-crisi, promuovendo la stabilità finanziaria e macroeconomica, adottando politiche fiscali, regolatorie e commerciali efficaci e incoraggiando gli investimenti. Bernanke sa che il momento è delicato.
Lo testimonia la revisione al ribasso della crescita nel secondo trimestre (appena un +1% contro l’1,3% della prima stima), specchio di una ripresa che «continua a essere modesta», piombata da un tasso di disoccupazione «straordinariamente alto» (a luglio al 9,1%) impossibile da correggere proprio perché il passo dell’economia è lento. Un’economia ostaggio dello stress finanziario («un peso significativo sul recupero»), ma che Bernanke vede in miglioramento nella seconda parte dell’anno e, soprattutto, nel lungo termine. Perché «l’economia americana resta la più grande del mondo, mantiene i suoi vantaggi tradizionali di un forte orientamento al mercato, una solida cultura imprenditoriale e la più alta spesa per la ricerca e lo sviluppo di qualsiasi nazione».