La Fed taglia e fa volare Wall Street

La banca centrale riduce i tassi dello 0,75%, contro l’1% atteso dai mercati. Ma la Borsa Usa apprezza lo stesso: più 3,4%. Decisione nonostante il voto contrario di due membri del
board. Bernanke: "Pronti ad agire ancora". In forte recupero l’Europa

da Milano

Il maxi-taglio, invocato dai mercati come la cura necessaria contro la crisi, non è arrivato. L’ultimo sforzo della Federal Reserve per rimettere sui binari la Locomotiva Usa a rischio di deragliamento, si è tradotto ieri in una riduzione dei tassi dello 0,75% (contro l’1% delle attese) dei Fed Fund al 2,25% schiacciandoli ai minimi dal febbraio 2005, allarga dell’1,75% il divario con il costo del denaro in Eurolandia e lascia ancora margini per ulteriori manovre «se ve ne sarà bisogno». Le stesse parole usate dal presidente George W. Bush pochi minuti dopo la decisione presa dalla banca centrale, durante un intervento in cui ha invitato «gli americani ad aver fiducia nell’economia del Paese». L’istituto guidato da Ben Bernanke ha inoltre messo di nuovo mano al tasso di sconto, sceso di altri tre quarti di punto (al 2,50%) dopo la sforbiciata decisa a sorpresa nella notte tra domenica e lunedì scorso.
La delusione di Wall Street si è manifestata in un calo rapidissimo, di oltre 100 punti, del Dow Jones, ma la reazione emotiva è durata poco: a fine seduta, l’indice principale è volato più in alto di ben 420 punti, pari a un rialzo del 3,51% (più 420 punti), mentre il Nasdaq è balzato del 4,2%. Reduci da un inizio di settimana choc, con oltre 300 miliardi di euro di capitalizzazione andati in fumo, i mercati europei avevano in precedenza risollevato la testa mettendo a segno recuperi anche superiori al 3% (più 2,78% Milano). L’ennesimo alleggerimento della politica monetaria americana non ha invece impattato sul dollaro, in grado anzi di contenere l’euro sotto quota 1,57.
«Credo che la Fed abbia svolto un ottimo lavoro per ripristinare la fiducia nel sistema», ha osservato un broker della Borsa di New York. Il percorso che attende Bernanke resta comunque pieno di insidie. Se all’interno della stessa banca centrale l’ex professore di Princeton deve fronteggiare il dissenso rispetto a strategie giudicate troppo aggressive (ieri i presidenti della Fed di Dallas e Philadelphia hanno votato contro il taglio di tre quarti di punto verso il quale si sono espressi a favore otto membri del Fomc), le spine maggiori restano quelle di un’economia considerata da molti osservatori già in recessione. «I rischi verso il basso per la crescita rimangono», ammette la Fed. Che registra anche «un rallentamento della spesa dei consumatori e un mercato del lavoro più morbido», così come non può fare a meno di constatare che «i mercati finanziari restano sotto notevole stress, il credito più difficile» mentre prosegue «l’indebolimento del settore immobiliare»: tutti fattori «suscettibili di pesare sulla crescita economica nei prossimi trimestri». Proprio per questo, il board «agirà in modo tempestivo e, come necessario, per promuovere una crescita economica sostenibile e la stabilità dei prezzi».
Insomma, la Fed non nasconde (e come potrebbe?) che la situazione è delicata e a rischio di peggioramento, ma confida anche nelle capacità taumaturgiche dei propri interventi. Alla fine della scorsa settimana, l’istituto di Washington era venuto in soccorso di Bear Stearns, poi acquistata ha JP Morgan a prezzi da saldo, quindi tagliato con una misura d’emergenza il tasso di sconto e, infine, reso possibile l’accesso ai suoi finanziamenti anche alle società che emettono cartolarizzazioni. Un iper-attivismo che dovrebbe convincere consumatori e mercati che la Fed non intende gettare la spugna.