La Fed taglia i tassi dello 0,25% e Wall Street finisce al tappeto

Delusa la Borsa che puntava su una riduzione più aggressiva: Dow Jones giù del 2%, meno 2,4% il Nasdaq. Bernanke tiene coperte le carte sulle mosse future

da Milano

Un altro taglio prudente, dello 0,25%, perché «l’economia sta rallentando». Accompagnato solo da un generico impegno ad «agire secondo necessità». La Federal Reserve mette ancora una volta le mani sulle leve dei tassi, portando i Fed Fund al 4,25% e riducendo di un quarto di punto (al 4,75%) anche il meno significativo tasso di sconto.
Ma questa volta, la strenna natalizia non ha reso felice Wall Street. Anzi. Ieri, pochi minuti dopo la decisione presa dall’istituto guidato da Ben Bernanke, gli indici hanno cominciato ad avvitarsi, con il Dow Jones che ha bruciato oltre 200 punti prima di chiudere in calo del 2,1 per cento. Ancora peggiore il bilancio del Nasdaq che ha lasciato sul terreno il 2,4 per cento. Una reazione giustificata solo in parte dalle attese di un allentamento ancora più robusto della politica monetaria che circolavano alla vigilia. Quando una riduzione secca, di mezzo punto, veniva da alcuni analisti considerata ancora un’ipotesi percorribile, alla luce dei crescenti timori recessivi; peraltro giudicati ieri «eccessivi» dal direttore del Fondo monetario internazionale, John Lipsky.
D’altra parte, la decisione presa dalla Fed non è stata unanime: uno dei componenti il Fomc (il braccio operativo della banca centrale Usa), il presidente della Fed di Boston, Eric Rosengreen, si era espresso a favore di una sforbiciata dello 0,50%. È però probabile che la risposta negativa della Borsa di New York sia riconducibile anche all’assenza di una dichiarazione più esplicita su quali saranno le prossime mosse dell’istituto di Washington. Bernanke, che di recente ha introdotto un sistema di comunicazione più improntato alla trasparenza e alla diffusione di maggiori indicatori economici, ha invece mantenuto le carte coperte.
Il comunicato diffuso al termine della riunione non menziona mai la parola recessione, né si parla apertamente di crisi destinata ad acuirsi. I toni, rispetto al recente passato, appaiono perfino più stemperati e meno allarmistici. La Fed fa riferimento, per motivare la decelerazione del ciclo, all’«intensificarsi della correzione immobiliare», a un «indebolimento dell’attività produttiva e della spesa per consumi» e «alle tensioni sui mercati finanziari». Nulla, insomma, che già non si sapesse. Dal punto di vista della Fed, le attuali condizioni congiunturali non imponevano dunque misure di emergenza. Anche la scelta di intervenire sul tasso di sconto sembra rispondere alla logica di evitare un irrigidimento del credito da parte delle banche, alle prese con un crescente numero di sofferenze.
Quanto all’andamento dei prezzi, il comunicato sottolinea che lo sviluppo dell’inflazione core (al netto di alimentari ed energia) è nel corso dell’anno «leggermente migliorato», anche se l’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime mette sotto pressione i prezzi generali. «In questo contesto il Fomc vede il permanere di rischi inflattivi e osserverà con attenzione ulteriori sviluppi dell’inflazione». Un’altra frase poco gradita a Wall Street, perché assegna scarse probabilità, in presenza di tensioni inflazionistiche, a un taglio aggressivo dei tassi in futuro.
Un’ultima annotazione è comunque d’obbligo, e rimanda al sostanziale annullamento del divario tra i tassi Usa e quelli di Eurolandia. Lo spread si è ormai ridotto a un quarto di punto e si annullerà del tutto se la Bce, come sembra nelle intenzioni di Jean-Claude Trichet, procederà nel 2008 con un rialzo del costo del denaro per contrastare l’inflazione, balzata in novembre al 3 per cento.