La Fed toglie il piede dall’acceleratore

Ma la reazione euforica di Wall Street si spegne subito: Bernanke non esclude l’ipotesi di nuove strette

Rodolfo Parietti

da Milano

La lunga attesa è finita: dopo diciassette rialzi consecutivi dei tassi, la Federal Reserve chiama il tie-break, la pausa tanto invocata dai mercati, lasciando il costo del denaro fermo al 5,25%. A pesare sulla decisione di mettere in stallo la politica monetaria Usa per la prima volta dal giugno 2004, il conclamato rallentamento dell’economia, insidioso al punto da convincere anche il presidente Ben Bernanke della necessità di mettere la sordina ai pericoli di un ulteriore surriscaldamento dell’inflazione.
Salutata con freddezza da Wall Street, dove l’entusiasmo iniziale si è subito spento, e attuata senza il consenso unanime del board (il governatore di Richmond, Jeffrey Lacker, era favorevole a un altro giro di vite), la mossa è l’espressione del momento di transizione attraversato dal ciclo economico americano, in cui il passaggio dalla robusta espansione del primo trimestre a quella assai deludente del secondo ha segnalato una decelerazione superiore al previsto, con marcate flessioni nel settore immobiliare e con una situazione del mercato del lavoro più critica. La Fed non manca infatti di rilevare come «la crescita dell’economia ha moderato il passo rispetto al forte ritmo che ha caratterizzato gli inizi di quest’anno, riflettendo parzialmente il raffreddamento graduale del mercato immobiliare e l’effetto ritardato dei rialzi dei tassi di interesse e dei prezzi energetici».
Dall’altra parte, i prezzi al consumo restano sempre ai livelli di guardia a causa dei rincari petroliferi e di una dinamica salariale fortemente in tensione. Tra aprile e giugno il costo del lavoro, una delle voci più monitorate dalla banca centrale di Washington per valutare l’inflazione, è salito del 4,2%, ben oltre le attese. Eppure, nel comunicato diffuso ieri al termine della riunione del Fomc (il braccio operativo di politica monetaria), la Fed ha smorzato i toni sui rischi legati ai prezzi. «Le pressioni inflazionistiche - si legge nella nota - sembra che debbano moderarsi nel tempo, riflettendo le contenute aspettative inflazionistiche e gli effetti cumulativi delle azioni di politica monetaria e altri fattori che frenano la domanda aggregata».
Con un’espressione che dice tutto e niente, l’istituto ha spiegato che l’evoluzione della politica monetaria sarà «legata ai futuri dati economici». La decisione di ieri potrebbe dunque rivelarsi - appunto - solo una pausa, niente più che una virgola posta tra l’ultimo rialzo del costo del denaro (quello dello scorso giugno) e il prossimo. La Fed lascia aperta la porta a ogni possibile soluzione, sperando intanto che il break dia una boccata d’ossigeno all’economia. I future sui Fed Fund assegnavano ieri appena il 38% di probabilità a un inasprimento dei tassi in settembre, ma se il carovita continuasse a salire è difficile immaginare un Bernanke capace di tenere le mani lontane dalla leva dei tassi.