Fede e politica, valori indissolubili

Eolo Parodi *

L’intervento di apertura del Papa al recente Sinodo ha avuto una scarsa eco sui giornali e nessun richiamo dalle televisioni. Eppure il messaggio era forte e di estrema attualità in quanto ci riconduce all’indissolubilità dell’intreccio fra Fede e politica. «La tolleranza, afferma Papa Benedetto, che ammette per così dire Dio come opinione privata, ma gli rifiuta il dominio pubblico, la realtà del mondo e della nostra vita, non è tolleranza ma ipocrisia» ed ancora: «Laddove l’uomo si fa unico padrone del mondo e proprietario di se stesso non può esistere la giustizia. Là può dominare solo l’arbitrio del potere e degli interessi». Rispetto a queste affermazioni, così profonde e veritiere, ci saremmo aspettati un ampio ed anche un acceso dibattito, magari sull’oscurantismo della Chiesa e i pericoli per lo Stato laico. Invece solo qualche commento-spot, pro e contro.
Eppure è qui il cuore del problema di una società, quale la nostra, disorientata, svuotata, possiamo dire senz’anima. Una società dominata dall’individualismo, dall’egoismo assoluto, pervasa da una diffusa illegalità che ha inizio con la mancata osservanza delle regole più banali della convivenza civile, del rispetto dei diritti e delle libertà degli altri; al venir meno, con artifizi fantasiosi e raggiri, dei doveri propri di ogni cittadino nel concorrere a sostenere la finanza pubblica, nell'ignorare i diritti dei lavoratori riducendo loro, arbitrariamente, il salario o decurtando, in maniera fraudolenta, i versamenti previdenziali. E l’onestà diventa sempre più un optional. Il tessuto connettivo di una società così si sfalda e la cellula fondamentale, la famiglia, implode fragorosamente e con effetti a catena devastanti. Ma la crisi della società interroga, in primis, le nostre coscienze di politici.
Il monito di Santa Caterina: «Molti sono che signoreggiano le città e le castella, e non signoreggiano loro: ma ogni signoria senza questa è miserabile e non dura» è purtroppo, nuovamente, attuale. La politica deve ritrovare la sua fonte di ispirazione primaria che è, e rimane, la visione cristiana della società, dell’uomo, dello Stato. La politica non ispirata dalla religiosità ma da quei principi e valori che fanno del cristianesimo un patrimonio unico e, nella sua forza rivoluzionaria, comune a tutti, credenti e non credenti. Gli stessi principi della Rivoluzione francese, «libertà, uguaglianza, fraternità» affondano nella tradizione cristiana. È il Cristianesimo che, valorizzando la dimensione dell’autocoscienza, ci porta al concetto di libertà ed è la concezione creazionistica che ci fa uguali e fratelli. È il Cristianesimo, afferma H. Bergson, «quello che può permettere una sintesi fra i tre termini» attraverso la solidarietà come momento di mediazione fra la libertà e l’uguaglianza che, nel loro sviluppo, tendono ad essere in posizione antitetica, favorendo la libertà, le diversità e le differenziazioni.
La solidarietà, in una dimensione più ampia diventa fraternità, che, come già detto, implica il riconoscersi in un Padre comune. Un mio illustre concittadino, Giuseppe Mazzini, alle cui idee l’Italia e l’Europa intera debbono molto, e non certamente «uomo di Chiesa», riconosceva in un suo scritto, Dell’iniziativa rivoluzionaria in Europa (1834), che nella Dichiarazione dei diritti dell’89 erano stati riassunti i risultati dell’epoca cristiana, ponendo fuor d’ogni dubbio e innalzando a dogma politico, la libertà conquistata nella sfera dell’idea dal mondo greco-romano, l’eguaglianza conquistata dal mondo cristiano e la fratellanza, che è conseguenza immediata dei due termini.
Se i principi della laicissima Rivoluzione francese sono ispirati ai valori del Cristianesimo perché, senza ipocrisie e falsi pudori, non dovremmo insistere nel dirci ma, soprattutto, nell’essere coerentemente cristiani nel nostro impegno politico e nella nostra quotidianità?
Del resto una delle fondamenta della società americana è proprio un profondo spinto religioso che ha guidato le prime comunità, carattere distintivo, questo, che non sfuggì già due secoli fa a Tocqueville.
Negli Usa la presenza di Dio nella vita pubblica è una costante che nessuno disconosce né scandalizza. È questa una concezione della politica ispirata della fede che da noi è ormai vissuta nel profondo di qualche nobile coscienza, mentre quello che oggi appare dominare la scena è un imponente crepuscolo dei valori in cui la grande icona torna ad essere Machiavelli. Il suo modo di pensare, di analizzare è quello dell’uomo politico che non riconosce dentro o sopra di sé nessun principio trascendente, nessuna norma a cui si debba ottemperare, la quale non sia utile al conseguimento e alla difesa del potere. È infatti Machiavelli che insegna a non rassegnarsi a perdere, a non mettersi mai nella condizione di diventare minoranza, a preferire al dialogo, all’ascolto dell’altro, la tecnica del rapporto di forza comunque messa in atto, a considerare perdente Savonarola perché «profeta disarmato». È ancora Machiavelli che ritiene «la guerra cosa laudabile e gloriosa» e che va combattuta su scacchieri diversi, con alleati che ieri erano nemici, ex avversari che oggi è utile considerare alleati almeno possibili. Confidiamo nei giovani: il risveglio di una nuova religiosità si avverte soprattutto fra di loro, interpreti fedeli di un messaggio evangelico che con la loro ingenuità e generosità sanno riscoprire e i cui valori non tarderanno a pervadere la politica e a plasmare una nuova società. Questo non è solo un augurio ma una ragionevole speranza.
* responsabile Sanità di Forza Italia e presidente Enpam