La fede secondo don Oscar: eutanasia e pena di morte

Se davvero siamo un paese di «Rieccoli», come diceva Montanelli, allora lui è il premio Oscar (Luigi) dei Rieccoli. Anzi, diciamola tutta. Di colui che s’apprestava a risventolare la chilometrica sciarpa bianca per le strade di Roma, ad imporre il profilo aquilino, ad arrotare l’erre moscia contro chi fa «sfvegio della legalità vepubblicana», ebbene di Scalfaro non possiamo neanche dire «rieccolo»: è come se non se ne fosse mai andato. Ma stavolta accade un fatto nuovo. Per 91 anni l’hanno accusato di fare il doppiogioco su tutto, dalla guerra partigiana a Mani Pulite, a Berlusconi, Craxi, le tangenti, il Sisde, ma almeno su una cosa potevi stare sicuro: la fede. Il notabile ultracattolico ha certamente diviso l’Italia, a suo tempo: ma sulla convinzione religiosa di uno che ha firmato saggi intitolati «Il Pio transito di Francesco» e «Il valore del Rosario», nessuno ha mai dubitato. Fa specie, dunque, che ad arringare le folle del Pd contro il comportamento del governo sul caso Eluana si fosse candidato proprio Ostia Luigi Scalfaro, come lo chiamavano a Cuore. È un fatto storico, no? Sarà la prima volta che don Oscar dispiacerà al Vaticano, che invece il governo lo appoggia appieno. Una vera svolta, per uno che ancora si vanta d’essersi arrampicato a piedi al Santuario della Madonna del Divino Amore, e che chiama la Vergine «la Mamma, la Padrona, la Splendidissima, la madre del bell’amore, la Castellana d’Italia, la Corredentrice, l’Ancilla». Chissà se dal palco di piazza Santi Apostoli rievocherà il suo vecchio motto finito negli annali: «Sono un broccolo, ma meglio essere un broccolo nei campi del Signore che un fiore fuori dal campo».
Ma la «discontinuità» scalfariana arriva da lontano. Oggi è la sentinella della Costituzione contro gli sfascisti azzurri. Ma la tanto sventolata partigianità, che gli vale la presidenza dell’Istituto Studi sulla Resistenza, arriva da uno entrato in magistratura nel ’43 prestando giuramento fascista. I galloni di combattente pare se li sia procurati nei tribunali speciali qualche anno dopo, quando fece condannare a morte un repubblichino. Scrisse il Corriere di Novara: «Il pm Scalfaro con vigoria ed efficacia conclude domandando pena di morte». Una domanda di cui ovviamente s’è sempre cristianamente addolorato.
Questo fatto di smentire se stesso è un esercizio irrinunciabile, per lui che ha tanto in odio Berlusconi da flirtare con i girotondini al grido di «Grazie per quello che fate». Un esercizio di stile divenuto capolavoro quando il legionario del Verbo ascende al Quirinale: «Il Vaticano si riprende il palazzo papale», scrisse Sgarbi con un’acidità che pare succo di pera a confronto di quello che verrà dopo con Tangentopoli. È finito nei sussidiari il suo slogan a reti unificate, il modo più efficace che ha trovato per difendersi nella storia dei fondi neri del Sisde quand’era ministro dell’Interno: «Non ci sto». Eppure fino a quel momento, cioè finché il tritacarne forcaiolo non lo sfiora, Scalfaro c’è stato eccome: strenuo sostenitore delle toghe, su Craxi tentennante sulle dimissioni sdottoreggiava: «Chi ha salito le scale del potere deve saperle discendere». Poi, pressato dai media, rifiutò la firma sul decreto che depenalizzava il finanziamento ai partiti. E mentre il Parlamento agonizzava sotto i colpi della magistratura non seppe dire altro che questo: «I politici corrotti restituiscano il maltolto e dicano tutto».
L’ultimo voltafaccia presidenziale c’è stato di recente, in ordine al celebre avviso di garanzia recapitato a Berlusconi a Napoli nel ’94. All’epoca era guerra aperta: «Ma chi è Berlusconi? Come si permette di dire quelle cose sulla magistratura e sulla mia persona?». Ebbene, quindici anni dopo, ecco la nuova versione di Oscar Luigi: «L’avviso di garanzia a Napoli arrivò con un tempismo singolare, bisogna riconoscere che fatti come questi alimentano la sfiducia dei cittadini». Da lì in poi le accuse di doppiezza contro il Colle si moltiplicarono: «È un arbitro che ha sempre giocato contro di noi», parlò Berlusconi dopo il ribaltone del ’94. Scalfaro è quello che nel ’91 tuonò contro l’iperpresenzialismo di Cossiga, e da presidente pretese di salire in cattedra su tutto: nel maggio 1994 spedì una lettera riservata al presidente del Consiglio per dirgli quali ministri doveva nominare e quale programma economico doveva seguire. Poi pretese le scuse dai giornalisti del Tg2 perché in un servizio avevano dato troppo risalto ad alcuni richiami verso i magistrati di Milano. Insomma sul fatto che Scalfaro sia stato un presidente sui generis non ci piove: tant’è che anche un comunista pregiato come Napoleone Colajanni ammise che «Il Capo dello Stato è il capo dei centristi dell’Ulivo, vuole destabilizzare il sistema». Non c’è riuscito dalla vetta dello Stato; difficile che ci riesca appoggiandosi a Veltroni.