Fedele al re, alla guerra e alle balle dei truffatori

Gli proposero una sorta di pietra filosofale e la benzina fatta con acqua ed erbe in polvere. Bevve tutto senza batter ciglio come fossero gli ordini d’un superiore...

Nonostante fosse un ferreo uomo di potere, fu per alcuni aspetti una macchietta. Tanto era superstizioso e credulo che si fece raggirare più e più volte da fantasiosi imbroglioni.
Il primo fu un indù, Sarvapodi Hammarat, che si presentò improvvisamente nel suo quartier generale. Il Nostro stava conducendo una guerra ed era ospite del vescovo nel palazzo episcopale. La Chiesa, infatti, era schierata infatti con lui che guidava le truppe tradizionaliste contro le bande massoniche e senzadio che volevano impossessarsi del Paese. Dal momento del suo insediamento nel palazzo, l’ospite aveva imposto una inderogabile etichetta, essendo un patito delle forme e della disciplina. Nonostante i tempi perigliosi, le carneficine quotidiane, lo scoppio di bombe e di granate, chiunque volesse essere ammesso alla sua presenza doveva essere in abito da cerimonia, pena la cancellazione dell’incontro.
Sarvapodi seguì la regola e si presentò vestito di tutto punto all’occidentale, con in più un tocco di esotismo che serviva ad accreditarlo come mago. «Io - disse il lestofante con una profonda riverenza - sono in possesso di una formula che trasforma in oro i metalli vili». Sarebbero bastate queste parole per abbindolare il credulone, ma il mago astutamente aggiunse: «Il procedimento riesce solo se l’oro servirà a una buona causa e quale causa, Eccellenza, è migliore della vostra?». La lode conquistò del tutto il Nostro che, seduta stante, fece riservare all’alchimista un’intera ala della gloriosa università cittadina. La stessa in cui, quattro secoli e mezzo prima, Cristoforo Colombo aveva discusso il progetto di raggiungere le Indie da Occidente. Inutile dire che quello di Hammarat era solo un espediente per campare a scrocco tra onori e lauti compensi. Dopo alcuni mesi in cui dell’oro non si vide neanche l’ombra e cominciavano ad addensarsi i sospetti, l’indù scomparve com’era venuto lasciando tutti con un palmo di naso.
Il Nostro non fece in alcun modo tesoro della lezione. Forse perché era molto religioso, continuò imperterrito a credere nella manna che pioveva dal cielo e nelle arti magiche. Era già stabilmente al potere dopo aver vinto la guerra, quando si fece di nuovo imbambolare. A fare capolino, stavolta, un austriaco dal nome altisonante, Albert Elder von Filek. Per l’ingenuo che credeva nei valori dell’aristocrazia, quel «von» nobiliare era un biglietto da visita indiscutibile. Von Filek gli garantì di poter produrre benzina sintetica dall’acqua semplice con l’aggiunta di erbe polverizzate. Una volta ricavata la miscela, a sentire lui, lo Stato avrebbe risolto per sempre i suoi problemi energetici. Aggiunse che aveva ricevuto offerte strabilianti dalle compagnie petrolifere mondiali e di averle rifiutate per offrire gratis i suoi servigi all’uomo che più ammirava sulla Terra.
Il Nostro, che aveva un’immensa opinione di sé, si bevve tranquillo la balla. Tanto più si sentiva rassicurato, in quanto il suo autista personale, uomo fidatissimo, garantiva per l’austriaco. Ignorava che lo chauffeur era complice della truffa e che, profittando della loro familiarità, gli stava riempiendo la testa di panzane. Gli aveva raccontato, tra l’altro, che l’auto di rappresentanza con la quale lo scarrozzava ogni giorno era già alimentata col miracoloso intruglio. Come i due furbastri intendessero portare avanti il raggiro non è chiaro. Sta di fatto che l’imbroglio fu scoperto ed entrambi finirono in galera.
Per completare il quadro della quasi commovente credulità del Nostro, un ultimo particolare. Durante la guerra fu rinvenuto in una valigia un braccio di Santa Teresa d’Avila. La reliquia era stata trafugata dai senzadio in un convento di Carmelitane. Anziché restituirla, i militari ne fecero omaggio al Nostro che lo gradì oltremodo. Per il resto della vita non si staccò più dal macabro reperto. Lo portava con sé negli spostamenti come un amuleto e nominò un apposito addetto al braccio, responsabile della sua cura e conservazione.
Aldilà di queste debolezze, l’uomo fu nella prima parte della sua esistenza un fiero combattente e nell’altra un despota agli antipodi di altri suoi contemporanei. Diversamente da loro, mancava totalmente di magnetismo. Quando entrò all’Accademia militare era un quattordicenne introverso che soffriva per il divorzio dei genitori. Ufficiale a 19 anni, si fece spedire in Africa. Sprezzante dei pericoli, fu ferito varie volte. Comandò un reparto della Legione straniera, prima di diventare generale di brigata a appena 34 anni. Pur essendo monarchico, dopo un colpo di Stato repubblicano accettò dai nuovi padroni la nomina a capo dell’Esercito. Detestava però i politici che considerava «disprezzabili fantocci» e, alla prima occasione, li combatté con le armi e l’obiettivo di restaurare la Corona. Ma, vinta la guerra, accantonò il re, si proclamò reggente e governò 36 anni.
Fu un temporeggiatore come Giolitti, lasciando «al tempo di risolvere le cose». Solo coi nemici interni, che avevano tentato più volte di ucciderlo, fu inflessibile. Il suo ultimo atto, prima di morire dopo un’interminabile agonia, fu far giustiziare cinque dissidenti.
Chi era?