«Fedeli, facciamo causa al Codice da Vinci»

Andrea Tornielli

da Roma
«Non sarò io a dire a tutti i cristiani quello che devono fare, ma esistono mezzi legali per ottenere che alcuni rispettino i diritti di altri». A due settimane dall’uscita nelle sale di tutto il mondo del film Il Codice Da Vinci una nuova stroncatura, accompagnata dall’invito a ricorrere alla magistratura contro le tesi diffamatorie, arriva dal cardinale nigeriano Francis Arinze, Prefetto della Congregazione per il Culto divino a la disciplina dei sacramenti. Il porporato, intervistato nel corso di un documentario realizzato dall’agenzia televisiva internazionale «Romereports» ha detto che «i cristiani non possono restare con le braccia incrociate e dire: dobbiamo perdonare e dimenticare. Non sarò io a dire a tutti i cristiani quello che devono fare – ha aggiunto il “ministro della liturgia” vaticano – ma esistono mezzi legali per ottenere che alcuni rispettino i diritti di altri. Questo è uno dei diritti umani fondamentali: devono rispettarci, rispettare il nostro credo religioso e devono rispettare il nostro fondatore, Gesù Cristo». Un invito, esplicito, a usare tutti i mezzi legali possibili per contrastare il film, nel quale, lo ricordiamo, sulla base di leggende e di falsi documenti viene messa in discussione la figura di Gesù e viene presentata la prelatura dell’Opus Dei alla stregua di organizzazione spietata che non esita a utilizzare i suoi membri come dei killer.
«La figura di Cristo – sottolinea ancora il porporato nigeriano nel documentario – non può essere usata liberamente. Quelli che bestemmiano Cristo e vengono fuori con le loro idee approfittano della buona disposizione dei cristiani al perdono e all’amore anche verso coloro che li insultano». «Ma ci sono altre religioni in cui, se insulti il fondatore, non saranno solo quattro chiacchiere: te lo renderanno dolorosamente chiaro...», chiosa Arinze. Un riferimento che riecheggia le parole pronunciate qualche giorno fa dal Segretario della Congregazione per la dottrina della fede, Angelo Amato, che aveva osservato: «Se calunnie, offese ed errori fossero stati indirizzati al Corano o alla Shoah avrebbero provocato giustamente una sollevazione mondiale», ma se sono «rivolti alla Chiesa e ai cristiani rimangono impuniti. Penso che in questi casi i cristiani dovrebbero essere più sensibili al rifiuto della menzogna e della diffamazione gratuita».
Nel documentario di «Romereports», intitolato The Da Vinci Code: a masterful deception, realizzato dal giornalista americano Mario Biasetti, emergono però posizioni divergenti all’interno della stessa Curia romana: mentre per il cardinale Arinze «qualsiasi film che si basi su questo libro è sbagliato dall’inizio alla fine, per quanto possa risultare piacevole», per monsignor Robert Sarno, un prelato della Congregazione per le cause dei santi, il romanzo di Dan Brown «è un grande romanzo, molto emozionante. Va letto tutto d’un fiato, non si può interrompere. Ma non lo vedo come un attacco alla Chiesa. Penso solo che gli si è dato un valore storico e di fede che non ha». Peccato che tante persone leggendo le pagine di Dan Brown prendano sul serio le sue «informazioni», e che lo stesso autore del romanzo abbia dichiarato e scritto che la sua opera si basa su documenti inoppugnabili che – invece – sono inoppugnabilmente falsi.
Tra i giudizi più contrari spicca quello del gesuita Peter Gumpel, storico e postulatore della causa di beatificazione di Pio XII: il Codice da Vinci, spiega, «è un attacco al cristianesimo nella sua totalità, un libro estremamente offensivo per i cattolici».