LA FEDELISSIMA MARINA MAGISTRELLI

RomaSenatrice Marina Magistrelli, è il ritorno del guerriero.
«Sì, è tornato a casa».
Non era mai andato via, almeno per voi.
«Questo non l’ho detto. Romano Prodi è fatto così: quando dice una cosa, la fa davvero».
Ha ripreso la tessera.
«Se vogliamo, un atto naturale e scontato... Ma anche un atto di fiducia nel Pd».
Che fa, prende in giro quello del «ma anche»? Lei sempre così seria, una della prim’ora, la più ortodossa degli ortodossi dell’Ulivo.
«Noi siamo fatti così, con lo stampone».
Lo «stampone» di Romano: vestali uliviste, avete tenuto acceso il sacro fuoco.
«Quello è Parisi, pur senza entrare negli organismi dirigenti...».
Lei invece era lì, attorniata dai filistei. Dev’essere stato duro, un anno di sofferenze.
«Sì, tanta amarezza. Tanto smarrimento. Ma il problema non è la persona, è il progetto».
Un partito diventato irriconoscibile.
«Un partito che ha abbandonato la via vecchia senza che la nuova fosse chiara. La carica ideale dell’Ulivo perduta per strada...».
Discontinuità da tutto, a cominciare dal governo Prodi. Un errore?
«Domanda insidiosa. Ma che il Pd abbia voluto cambiare la linea politica, e che questo sia stato un errore, mi sembra evidente. Ha indebolito l’azione di governo».
Il governo poteva reggere, ha detto Prodi.
«Zoppicava, ma certo che poteva continuare... Anziché accelerare verso alleanze programmatiche e politiche più solide con chi ci stava veramente, ha scelto la strada della vocazione solitaria».
Quindi, la congiura.
«Non mi sembra che il termine congiura esprima nulla se non un sentimento e un’emozione... Vorrei che si continuasse a discutere di politica: dovrebbe chiedermi se sia finito il tempo dell’Ulivo. Io credo di no».
Politicamente parlando: il guaio non fu, nel ’98 e nel 2008, che i Ds avevano bisogno di esprimere egemonia attraverso la leadership?
«Quello può essere un criterio di lettura più personale e partitico. Ma il problema è politico: Prodi è stato l’ideatore, l’ideologo di un progetto riconosciuto nel Paese. Ogni volta che, o all’interno della coalizione o nel partito di riferimento, è stato messo in discussione quel progetto, è caduto il governo e sono stati guai».
Prodi riusciva nell’amalgama, Veltroni no.
«I partiti non ci sono riusciti, perché il nostro elettorato quel simbolo lì l’ha votato e ha vinto. Siamo caduti e ci siamo arenati quando quel simbolo non è stato più riconosciuto».
Eppure Veltroni aveva la forza delle primarie.
«Quello fu il peccato originale della nascita del Pd: i Ds non si sono voluti mettere in discussione, siamo andati alle primarie senza alcun dibattito, con Veltroni monocandidato...».