Il fedelissimo di D’Alema che sognava il grande salto ora imbarazza la Quercia

Luca Telese

da Roma

Se si volesse essere cattivi si potrebbe partire da quel faccia a faccia fra Massimo D’Alema e Pierferdinando Casini a Ballarò. Il presidente dei Ds infranse lo schermo con un ruggito politicamente scorretto di grande efficacia televisiva, quando interruppe il presidente della Camera rimproverandogli di candidare degli inquisiti e poi, dandogli sulla voce si mise a urlare, con occhi di brace: «Si-len-zio!». Il silenzio, a suo parere, doveva commentare l’infamia di chi dimentica la questione morale per convenienza politica.
Ieri - ironia della sorte - quando gli hanno chiesto un giudizio sull’inchiesta che ha colpito Vincenzo De Luca (dalemiano di antica data e candidato dei Ds alla Camera) D’Alema si è incupito: «Non mi interessa non commento vicende che riguardano la magistratura». Una ulteriore beffa del destino vuole che, come la verve di D’Alema nel contestare l’imbarazzo altrui si infrange contro il suo stesso silenzio di oggi, anche la carriera di Vincenzo De Luca si infranga sotto la scure di quella magistratura che gli aprì le porte del Comune alla fine degli anni Ottanta. De Luca era stato il segretario della federazione del Pci, era un «potentino», uno cioè dei tanti «trapiantati» che arrivavano nella città baciata dal mare in un processo di immigrazione interna (quella meno nota, fra Sud e Sud). I «potentini» erano i figli delle famiglie agricole e benestanti dell’entroterra che cercavano lo sbocco al mare, la città, l’università l’incrocio con le borghesie urbane: De Luca cresce in città carico di queste ambizioni e dopo essere diventato vicesindaco si trova spianata la strada dalla mani pulite locale che decapita la giunta Psi-Pci (quella che governava Salerno nell’era di Carmelo Conte, e del «suo» sindaco Vincenzo Giordano).
Corpulento, tostissimo, determinato come lo è chi vuole conquistare qualcosa, De Luca riuscì a costruire, con le sue due giunte un mix che piacque ai salernitani: era il sindaco di sinistra che prendeva le decisioni senza esitazioni, che seduceva anche la borghesia cittadina moderata con il suo carattere maschio e i suoi modi spicci, il diessino che riusciva ad essere il più applaudito in un congresso di An, quello che andava dietro alle ruspe ad incitare i demolitori quando i cittadini resistevano agli sgomberi. Un decisionismo che suscitava ironie o odi, ma anche rispetto: l’avvocato Carlo Falvella (fratello del giovane missino assassinato nel 1972) irregolare carismatico della destra salentina, ex consigliere Msi e suo grande rivale, coniò per lui un nomignolo ironico che gli rimase attaccato: «È un fascista in camicia rossa».
C’era però nel decisionismo di De Luca una idea di modernizzazione vera: sotto di lui la città cambiava faccia, ma lo faceva all’insegna del decoro minimale. Si ristrutturava il centro degradato fino a tramutarlo un salotto con tre tipi diversi di sampietrini, e poco importa se la rete idrica obsoleta, sotto le pavimentazioni chic, continuava a perdere il 33 per cento della sua acqua. Al pari di tanti altri sindaci della sua generazione, De Luca mirava a una concretezza ruvida che si vedeva: alberi, parchi, panchine, in un Sud che non cambiava mai, diventavano simboli, appalti e consensi. Certo, c’era l’odio feroce per il bassolinismo, a tarpare le ali di quell’ambizione, un odio nato nella vecchia sezione Di Vittorio quando - lo ha raccontato Angela Frenda su Il Corriere della sera - Bassolino da segretario regionale, gli preferì un suo uomo. De Luca amava la filosofia (si è laureato di recente), suonava la chitarra, ma si propose come antitesi al bassolinismo: «Al Sud - diceva parlando di ’O sindaco - non servono nuovi Masaniello!».
E poi c’era stato il salto nella capitale a fine mandato che non era mai diventato salto di qualità, perché De Luca era imperatore a Salerno ma peone a Roma e non è un caso che i suoi anni a Montecitorio si fossero ridotti a una quarantena, il turno fermo in panchina che gli permetteva, proprio in questi giorni, di tornare a dire: «Mi ricandido a sindaco». De Luca si preparava a disegnare per la sua città una nuova promessa di modernità: poco importa che alcune crepe si fossero già allargate sulla sua Salerno-vetrina, i nuovi parchi già degradati, i nuovi parcheggi che restavano chiusi, il circuito delle piccole-grandi opere pubbliche che non riuscivano a creare lavoro fisso. La vera beffa era un’altra: divisi da tanto odio, in realtà Bassolino e De Luca si sono ritrovati uniti nella stessa parabola, nessuno dei due è uscito dalla dimensione urbana, masanielli o supersindaci, ma sempre chiusi nel fazzoletto asfittico di una provincia.