Federalismo, Bossi: "Bastiamo io e Berlusconi"

Il Senatùr fischia la fine sulle liti interne e richiama i suoi: "Fuori chi fa casino". Ma il Carroccio resta diviso. In ballo segreterie ed elezioni in Lombardia: la partita tra le varier anime si gioca alle comunali di Varese, Gallarate e Busto Arsizio

Roma - Quando nella Lega il gioco si fa duro, entra in campo Bossi. Di solito, per placare gli animi, come il papà con i figlioli chiassosi. E anche stavolta il messaggio del capo, oltre che ai suoi, è diretto anche all’esterno, dove non deve passare l’idea di una Lega divisa tra correnti nemiche: «Nella Lega Nord non c’è casino, va tutto bene e nessuno avrà la soddisfazione di vederci litigare», ha tuonato l’altra notte durante un comizio a Lezzeno. «Se uno fa casino lo caccio subito», ha ripetuto ieri in un comune varesino, dando la colpa ai giornalisti. I vertici leghisti sono stati colpiti dall’attenzione rivolta alle tensioni interne del partito anche da parte del Corriere della Sera, che per la Lega rappresenta il punto di vista dei famigerati poteri forti. Un campanello d’allarme, arrivato direttamente alle orecchie del capo, che ha voluto richiamare all’ordine le truppe, spinto probabilmente dal cosiddetto «cerchio magico» (Reguzzoni, Bricolo, Rosy Mauro), presente in forze alla festa di Lezzeno.
Ma se è fatto divieto di far trapelare tensioni interne, resta che la Lega sta realmente attraversando una stagione di veleni. E se c’è una lotta in corso è perché c’è una posta in palio. Anzi, più di una, e tutte ghiotte (all’orizzonte, persino il controllo del partito). C’è il rinnovo delle segreterie nazionali, quelle della Lega Lombarda e della Lega Veneta. C’è la partita dei Giovani padani, ora troppo «esterni» al controllo centrale. Poi quella del potere parlamentare in aula e nelle commissioni, e infine il rinnovo in alcuni Comuni altamente simbolici per la Lega e per i protagonisti del duello. Varese, Busto Arsizio e Gallarate, tre consigli comunali nel cuore della Padania che torneranno al voto nel 2011. Lì si giocano alcune partite, minori ma cruciali, della battaglia aperta già su scala nazionale.
Da una parte il fronte del «bustocco» (nato a Busto Arsizio) Marco Reguzzoni, già giovanissimo presidente della Provincia di Varese e capogruppo alla Camera. Dall’altra quello del varesino Giancarlo Giorgetti (molto vicino all’altro colonnello leghista di Varese, Roberto Maroni), segretario nazionale della Lega Lombarda e dominus per i rapporti con le banche e il mondo economico. Reguzzoni ambisce a molte delle attuali deleghe di Giorgetti, ed è naturale che la rivalità si giochi anche sul rinnovo dei sindaci e dei consigli in quelle piccole roccheforti lombarde.
A Varese però i giochi sembrano già fatti. Il sindaco Attilio Fontana (fedelissimo di Giorgetti e Maroni), che è anche presidente dell’Anci Lombardia e ha guidato in prima persona la protesta contro la manovra, gode di enorme stima dentro il partito e presso Bossi stesso. Fontana (che nel 2006 ha vinto al primo turno con il 58% dei voti) sarà certamente ricandidato dalla coalizione Lega-Pdl, altre ipotesi più favorevoli a Reguzzoni sono altamente improbabili. Tra l’altro anche la segreteria cittadina della Lega a Varese è in mano a un fedele di Giorgetti e Maroni, Carlo Piatti.
Diverso il caso di Busto Arsizio, città natale di Reguzzoni. Qui il progetto è di candidare un suo uomo, l’attuale assessore all’Urbanistica Giampiero Reguzzoni, omonimo ma non parente. Anche qui, però, raccontano fonti padane, i nemici non mancano. Anche tra gli ex amici, come l’ex sindaco Luigi Rosa, un ingegnere di Busto ai tempi indicato da Reguzzoni ma poi diventato suo oppositore (si racconta di querele tra i due). Il rinnovo a Busto è atteso anche per la correlata partita delle municipalizzate, tipo la Agesp, che come amministratore delegato ha ora Paola Reguzzoni, sorella di Marco.
Anche le elezioni a Gallarate saranno un test delle forze in campo. Qui però il Pdl è molto più forte della Lega, per cui si punta a poltrone di seconda fascia. Quelle nelle municipalizzate, per esempio. A Gallarate c’è la Amsc, che è presieduta dall’uomo forte del Pdl a Varese, Gioacchino Caianiello, con cui Reguzzoni ha stretto rapporti. A Varese invece, la vecchia municipalizzata è confluita nella A2A, nel cui Cda siede Bruno Caparini, influente consigliere di Bossi, padre del deputato Davide, e - si dice nella Lega - molto più legato a Giorgetti che non a Reguzzoni.
I tre test di Varese, Busto e Gallarate sono attesi (paradossalmente, nella filosofia glocal leghista, ancor più che Milano), ma certo è che all’orizzonte c’è ben di più che tre comuni. Innanzitutto, come si diceva, le due segreterie di Lombardia e Veneto. Qui sta succedendo un fatto significativo. Le due cariche sono a fine mandato, quella lombarda tra pochi mesi, quella veneta è addirittura già scaduta. Però i rinnovi sono stati congelati, nonostante lo statuto della Lega prescriva un ricambio ogni tre anni. È probabile, dicono i leghisti, che Bossi abbia bloccato tutto, stante lo scontro interno di cui farebbe volentieri a meno. Un segnale, secondo altri, che la segreteria di Giorgetti non è assolutamente messa in discussione.
Anche perché di problemi a cui pensare, Bossi ne ha già abbastanza. La tenuta della maggioranza e le bizze dei finiani in primis. Ieri il segretario federale ha mandato un messaggio: «Berlusconi non farà mancare i voti necessari al federalismo, del resto Lega e Berlusconi sono quasi tutti i voti del Parlamento». Doppia lettura. Una, diretta alla sua base, del tipo «tranquilli, il federalismo non ce lo portano via». L’altra, ai vari terzisti o aspiranti ribaltonisti: la Lega non tradisce, e con noi il Pdl «definizzato» può benissimo andare avanti (le parole di Granata sulla mafia? «Stupidaggini»). E un Tremonti successore anzitempo di Berlusconi, «sono sicuro che non accadrà, non gli farebbe mai uno sgarro».
Se poi Berlusconi si liberasse di Fini, per la Lega sarebbe solo una liberazione. Già è difficile andare d’accordo con gli ex aennini non finiani, sulla questione dell’unità nazionale per esempio. Ieri Bossi ha risposto ad Alemanno, che aveva chiesto di togliere la secessione dallo statuto leghista: «Ci mettiamo quello che vogliamo, lui parla così perchè a Roma non ha combinato molto». Insomma, che la Lega sia fedele al Cav non c’è dubbio. Che invece non sia divisa, un po’ meno...