«Federalismo in cambio di stabilità politica»

da Milano

«Sì al federalismo fiscale e ad altre riforme che ci stanno a cuore, dalla legge elettorale al bicameralismo». L’ex ministro leghista del Welfare Roberto Maroni apre uno spiraglio alla maggioranza di centrosinistra («purché si faccia una cosa seria») e detta i tempi di un possibile sostegno in Parlamento al centrosinistra in cambio di «una maggiore stabilità politica». «Tre o quattro settimane - ha detto l’esponente della Lega in un’intervista all’Unità - per decidere». La richiesta della Lega è molto semplice: una nuova legge elettorale, il Senato delle Regioni e soprattutto un federalismo fiscale che preveda di far rimanere «sul territorio una parte delle tasse pagate dai cittadini».
Da questo spiraglio però, come ammette lo stesso Maroni, dopo il vertice di Caserta al momento esce solo del fumo. «A Caserta Prodi ha detto che il federalismo fiscale è “una priorità assoluta”. Mi aspettavo non dico un articolato di legge, ma almeno un’interpretazione politica chiara. Invece il progetto sta ancora in bilico tra le addizionali e la compartecipazione. Da Caserta - sottolinea il leghista - è uscito solo fumo, mentre il ministro per i Rapporti con il Parlamento Chiti ci aveva promesso l’arrosto». E se il fumo resta fumo ne prenderemo atto, ha poi aggiunto Maroni, a Milano per il congresso della Lega: «Se ci sarà qualcosa di più concreto lo valuteremo. Certo finora il giudizio è negativo». L’unica cosa concreta che non sia fumo ma «arrosto» decisa a Caserta, secondo l’ex ministro, «è un ritorno al passato, cioè il ritorno della Cassa del Mezzogiorno. È la stessa cosa del 1987 quando vennero sperperati 200mila miliardi di lire per il Sud e questo non aiutò neanche il progresso del Mezzogiorno. Se questo è l’esito stiamo freschi noi padani».
Ma dietro le richieste di riforme potrebbe anche nascondersi la volontà di sganciarsi dalla Casa delle libertà: «L’elettorato leghista ci chiede di riprendere la nostra autonomia - afferma Maroni - e poi non è vero che la nostra base è collocata strutturalmente a destra. Nel 1996 eravamo al 10,2%. Nel 2001, quando ci siamo candidati con Berlusconi siamo arrivati al 3,9%, ed è stato un sacrificio non da poco. E poi, con Forza Italia che spinge sul referendum elettorale corriamo il rischio di scomparire».
Maroni si dice anche convinto che la sinistra rimarrà in sella, Prodi o meno, almeno fino al 2009: «E noi che facciamo nei prossimi due anni e mezzo? Ci mettiamo nell’ombra di Berlusconi, che ogni giorno sembra accusare insofferenza nei nostri confronti?». Combattere per non sparire, dunque, con l’obiettivo di portare a casa quel federalismo fiscale sfumato con il no alla riforma approvata dal centrodestra nella scorsa legislatura. E presentarsi agli elettori uniti, senza divisioni interne e con una strategia chiara: unità, identità e autonomia.
Anche per questo l’ex ministro ha insistito sul segnale di unità che arriva dal congresso della Lega Lombarda, che oggi confermerà come segretario Giancarlo Giorgetti. «È importante che il congresso sia unitario e con un candidato unico. Se la Lega sceglie di investire sull’identità e l’autonomia significa che va in una precisa direzione».
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