Federalismo, ecco perché conviene: oggi il 78% delle tasse va a finire allo Stato

Studio della Cgia di Mestre, solo il 22% finisce agli enti locali L’esperienza europea insegna: maggiore autonomia, meno fisco

Più federalismo, meno tasse. Chi avesse ancora dubbi su questa equazione sempre più «politica», in attesa della definitiva approvazione alla Camera del disegno di legge delega del governo, dovrebbe leggersi il dossier che l’associazione degli artigiani di Mestre ha pubblicato ieri. Le cifre, ancora una volta, non lasciano dubbi alle interpretazioni. Secondo la Cgia, infatti, su 100 euro di tasse che ogni italiano versa in media, il 77,7% va allo Stato, e solo il 22,3% finisce nelle casse degli enti locali.
È il dato più elevato rispetto ai paesi più importanti dell’area euro, senza contare che l’attuale pressione tributaria sul lavoratore, cioè la quota di reddito che finisce all’Erario, sfiora il 30%. In termini reali, a fronte di 459,8 miliardi di euro di entrate tributarie totali registrate nel 2007, 357,1 vanno all’erario e «solo» 102,7 miliardi alle amministrazioni locali. «Ciò vuol dire - commenta il direttore della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi - che l’autonomia fiscale dei nostri territori, rispetto ai principali competitori, è ridotta al minimo».
Il confronto con Francia, Spagna e Germania è impietoso. A Berlino su un gettito fiscale nazionale del 49,4% (il restante 50,6% va ai Länder), la pressione tributaria è solo del 24%. A Madrid è del 25,1%, con una quota di entrate del 55,5% per lo Stato e del 44,5 per le Comunità autonome spagnole. A metà strada c’è la Francia col 27% di pressione tributaria: dato che però merita una ulteriore riflessione: «Se con spagnoli e tedeschi non c’è confronto - dicono gli esperti dell’associazione di Mestre - i francesi presentano una specificità non riscontrabile negli altri Paesi per quanto concerne il sistema pensionistico». Mentre in tutti gli altri stati presi in esame, infatti, la previdenza è sostenuta attraverso il versamento contributivo ad hoc fatto dagli occupati, in Francia i soldi per le pensioni arrivano dalla fiscalità generale. «Senza contare - sottolinea Bortolussi - che in Francia “centralista” ha una pubblica amministrazione più virtuosa, più efficiente e meno costosa della nostra».
Insomma, cifre alla mano, centralismo e pressione tributaria vanno di pari passo. «La quantità di imposte, tasse e tributi che i contribuenti versano in percentuale del Pil - osserva Bortolussi - è direttamente proporzionale al grado di centralismo fiscale». E proprio l’alleggerimento della pressione fiscale è la «ragione sociale» della legge delega del governo, che si poggia sul «costo standard» e sull’autonomia impositiva degli enti territoriali e che, non a caso, prevede di fissare «un limite massimo alla pressione fiscale».
Gli enti locali, come prevede la legge delega in discussione in Parlamento, avranno la possibilità di «compartecipare» ai tributi dello Stato (Iva, Irpef, imposta sugli immobili) per finanziare l’erogazione dei servizi. Senza contare che gli enti territoriali saranno coinvolti nell’attività di contrasto all’evasione fiscale. E saranno «premiati» se garantiranno una una pressione fiscale inferiore alla media, o puniti (dalle sanzioni fino al commissariamento) se non rispetteranno i vincoli di bilancio. Ecco perché dopo la semplice analisi statistica dalla Cgia di Mestre è partito l’invito alla classe politica: «È necessario approvare in tempi brevissimi la legge sul federalismo fiscale. Solo trattenendo sempre più sul territorio le risorse erogate dai contribuenti e avvicinando i centri di spesa ai cittadini - conclude il direttore della Cgia - si può rispondere meglio alle esigenze di questi ultimi rendendo gli amministratori locali più responsabili e più virtuosi. Tutto ciò con l’obiettivo di abbassare il carico fiscale generale e conseguentemente migliorare i nostri conti pubblici».
Se i tempi fissati dal governo saranno rispettati, dopo un anno dall’approvazione del ddl delega si potrà emanare il primo decreto legislativo, mentre per i successivi decreti ci vorranno altri due anni, fino al decreto legislativo finale che fisserà i cinque anni entro i quali il federalismo fiscale dovrà entrare a regime. Sette anni sono lunghi, ma se i conti tornassero sarà valsa la pena di aspettare.
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