Federalismo fiscale: regioni "mangiasoldi"

A settembre arriverà la riforma del federalismo fiscale. Ma oggi undici giunte non sarebbero in grado di garantirsi l'autosufficienza. In Sicilia un buco da 17 miliardi. E la Basilicata assume persino il <strong><a href="/a.pic1?ID=279209">consulente per la qualità del miele</a></strong>

Milano - Undici regioni a un passo dal crac. Soldi che finiscono nel colabrodo dei «servizi di pubblica utilità», senza essere compensati dal fisco locale e dalla copertura dello Stato, lasciando i conti inesorabilmente in rosso. Mancano 47 giorni e il 12 settembre la riforma che introduce il federalismo fiscale arriverà in Consiglio dei ministri. Ma come stanno le regioni italiane all’alba della svolta? Sicilia, Campania, Calabria, Puglia, Sardegna, Basilicata, Abruzzo, Molise, Trentino Alto Adige, Umbria e Valle d’Aosta già molto male. In rigoroso ordine di chi sta peggio. A scapito del club dei virtuosi, oggi frequentato da appena nove autonomie territoriali: Lombardia (di gran lunga la più ricca), Lazio (staccata di molto), Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Liguria, Friuli Venezia Giulia e Marche.

Un filo ideale sembra tagliare la Penisola, secondo l’analisi del Centro Studio Sintesi. Da Perugia in giù, ad eccezione di Roma - in favore del Lazio, però, lo Stato continua a versare di più in assoluto, oltre 12 milioni e mezzo di euro - il passivo fa colare a picco le amministrazioni regionali ben al di sotto della soglia di autosufficienza. Il calcolo è semplice: non bastano le entrate fiscali delle Regioni (Iva, Irpef, Irap, Ires e addizionale regionale Irpef) a compensare le uscite (al netto delle spese per rimborso di prestiti e dei trasferimenti da altri enti pubblici) declinate nei principali servizi al cittadino tra cui sanità, trasporti, assistenza sociale e istruzione. Un indicatore parziale, dicono i tecnici, ma altrettanto significativo del deficit che presto saranno chiamati a fronteggiare undici governatori italiani su venti.

Il rosso, certo, ha sfumature diverse. Profondo quello della Sicilia, con 17,6 miliardi di euro di differenza tra spesa e gettito vale a dire 3.500 euro per abitante. Seguono nella graduatoria dei dissesti più pesanti la Campania (meno 11,4 miliardi), la Calabria (- 6,2), la Puglia (- 5,9) e la Sardegna (- 3,2). Con una certezza: nemmeno le regioni a statuto speciale potrebbero permettersi di recuperare gli investimenti di competenza con l’attuale regime di tributi imposti. A parte il caso Friuli Venezia Giulia, che vanta una bilancia di pagamenti in positivo per 520 milioni. Proprio così: quelle regioni spesso indicate come modelli di autonomia finanziaria non godono affatto di ottima salute.

Il Trentino Alto Adige, infatti, è scivolato dietro al Molise. E la Valle d’Aosta resta comunque tra gli enti in difficoltà, sebbene con «soli» 609 milioni di buco. «Ci saranno forme di deterrenza per le regioni inadempienti sul federalismo fiscale», avverte il governo. «Prima di tutto eviteremo l’innalzamento della pressione fiscale nei territori a gestione inefficiente» - spiega il ministro del Welfare Maurizio Sacconi -. Sarebbe un’inaccettabile punizione nei confronti dei cittadini. Lavoriamo a un’ipotesi di “fallimento” politico. Cioè un commissariamento dell’istituto, con la consegna dei libri non al tribunale, bensì agli elettori».