Il federalismo globale di lady Letizia

«In politica, se vuoi che qualcosa venga detto, chiedilo a un uomo; se vuoi che qualcosa venga fatto, chiedilo a una donna». Chi lo ha detto? Giovanna Melandri o Stefania Prestigiacomo? Margaret Thatcher, una che in politica non si è di certo baloccata con le quote rosa. In Italia abbiamo una signora capace che fa molto e parla poco: il sindaco di Milano Letizia Moratti (l’esatto contrario del sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino che parla molto e fa poco). Il primo cittadino di Milano, a Osaka, in Giappone, ha lanciato il «network delle cento città» per costruire il «federalismo globale». Al di là delle formule, significa che le grandi città e le aree metropolitane possono stringere patti di sviluppo su alcune questioni strategiche per oggi e domani: sicurezza, salute, trasporti, inquinamento. Sono già in corso d’opera per Milano, che si è ufficialmente candidata per l’Expo universale 2015, accordi con Londra, Stoccolma, Chicago, Alessandria d’Egitto.
Il progetto della Moratti è utile sul piano amministrativo e la sua intelligenza strategica salta agli occhi. Chi più di un sindaco conosce i reali problemi della sua città e sa, almeno in teoria, come individuare sul territorio le soluzioni più efficaci e innovative? Le città migliori e vivibili sono quelle che affrontano direttamente i problemi senza affidarsi a uno Stato che spesso non sa, non può, non vuole, soprattutto non dovrebbe. Ma, ed è bene sottolinearlo, il «federalismo globale» di Letizia Moratti ha anche un notevole carattere politico. Intanto, per dare seguito al progetto bisogna cambiare la Costituzione, il Titolo V, e già questa scelta coinvolge decisioni politiche che mettono alla prova la contraddittoria riforma federalista del centrosinistra attualmente in vigore. Già il presidente della Regione, Roberto Formigoni, aveva annunciato la volontà di proseguire sulla strada del federalismo. Le regioni del Nord, più dinamiche e produttive, si confermano per il centrosinistra qualcosa di più di una spina nel fianco: rappresentano una vera e propria «questione settentrionale» che non chiede l’intervento dello Stato, bensì una sua trasformazione a beneficio di poteri decisionali locali e non solo pubblici. Una sfida che il progetto della Moratti ora rilancia in grande stile sul piano concreto dello sviluppo e degli accordi con grandi città del mondo. Però, l’aspetto più interessante dell’idea amministrativa del comune milanese è un’altra.
Ricordate la celebrata «stagione dei sindaci»? Andò in scena qualche anno fa, con la riforma elettorale e con la possibilità, riconosciuta giustamente ai cittadini, di eleggere direttamente con il loro voto il sindaco. Dopo i primi entusiasmi e qualche buon risultato, seguirono critiche e delusioni. Soprattutto per un motivo: la «stagione dei sindaci» avrebbe dovuto allevare la nuova classe politica. Invece? Invece, i Bassolino, i Bianco, i Rutelli non hanno fatto una buona riuscita, mentre chi si è misurato con successo con città e territorio, vedi Chiamparino a Torino o Albertini a Milano, non è riuscito o non ha voluto fare il passo ulteriore nella «politica romana». Ora la Moratti con la sua intuizione e il suo pragmatismo rilancia, direttamente o indirettamente ha poca importanza, la questione: dai sindaci delle grandi città che affrontano problemi concreti può nascere un rinnovamento della classe politica? La domanda, con connessa risposta, è molto più attuale di quanto non si immagini. Da qui a non molto tempo, al di là delle intenzioni dei singoli, ci sarà bisogno nei due Poli, di un ricambio generazionale. E allora, diciamola tutta: il sindaco di Milano ha tutte le carte in regola per essere la prima donna alla guida di Palazzo Chigi.
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