Il federalismo made in Pd nasce nella polenta

Non c'è più il Pci, non ci sono più i Ds. Non c'è più l'Ulivo. Ci sarebbe il Pd ma ancora nessuno sa davvero che cosa sia. L'importante, comunque, è fare festa. Sembrerebbe dunque tutto destinato a finire a tarallucci e vino. E invece no. Si è litigato anche sul nome da dare alla kermesse. C'è chi la voleva chiamare ancora Festa dell'Unità. Antonio Padellaro, ex direttore dell'Unità, ci aveva dedicato un commento: guai a cambiare il nome. Festa dell'Unità era e Festa dell'Unità doveva restare. Padellaro non è più direttore dell'Unità e il raduno si chiama Festa Democratica.
Ed è talmente democratica che in quella in corso a Firenze i veri protagonisti sono stati finora i ministri del governo Berlusconi, da Bossi a Tremonti. Mentre in quella in corso a Milano ci si occupa soprattutto dei problemi che stanno a cuore al centrodestra. Come il federalismo.
Tutto - e il contrario di tutto - va bene in questa affannosa corsa alla ricerca di un'identità che non c'è, che non si trova, che chissà se ci sarà mai. E così la sinistra che non vuole più essere sinistra, che anzi quasi si vergogna di essere stata sinistra, dimostra una confusione mentale anche con queste esordienti Feste Democratiche. Forse cerca nel contatto fisico con la base un'illuminazione che le consenta di cucire il presente col passato. Per capire il futuro. Il problema è che la base, addottrinata per decenni, è in tilt come i vertici del partito. Ma chissà. Magari la lampadina si accenderà qui al Palasharp, tra un piatto di salsiccia e polenta e una canzone di Giuliano Palma & The Bluebeaters. Auguri.