Federalismo, Napolitano impone lo stop

Roma«Irricevibile» quel testo. No, non posso proprio firmarlo, scrive Giorgio Napolitano al Cav, anzi non lo presentate nemmeno perché «non esistono le condizioni per la sua emanazione». Stop dunque al federalismo fiscale, anche per salvare «un provvedimento di così grande rilevanza». Che è successo? Che «in tutta evidenza - come spiega il presidente - non è stato perfezionato il procedimento» che prevede «l’obbligo di rendere comunicazione alle Camere». Il decreto è «diverso da quello approvato» a suo tempo dal governo ma «identico» a quello bocciato con un pareggio dalla bicameralina e quindi, sostiene il capo dello Stato, non può essere riciclato dal Consiglio dei ministri senza prima mettere nero su bianco «le ragioni per le quali si ritiene di procedere in difformità dagli orientamenti parlamentari».
Da qui la necessità di una comunicazione formale alle Camere: Bossi ha promesso che provvederà all’inizio della prossima settimana. Da qui pure la forte irritazione del Colle, pubblicata persino sul sito internet. «Non giova a un corretto svolgimento dei rapporti istituzionali la convocazione straordinaria di una riunione di governo senza la fissazione dell’ordine del giorno e senza averne preventivamente informato il presidente della Repubblica, tantomeno consultandolo sull’intendimento di procedere all’approvazione definitiva del provvedimento».
Al di là del pasticcio procedurale, superabile, Napolitano è furioso perché si sente usato come una inconsapevole sponda da biliardo, sfruttato per aggirare l’impasse legislativo e i problemi interni della maggioranza. Dopo il pareggio 15 a 15 in commissione e l’urgenza di fare qualcosa prima della scadenza dei tempi, Palazzo Chigi ha scelto la strada del decreto. Così ha tenuto buona la Lega e ha fatto uscire i giornali con i titoli sul federalismo, mascherando anche l’insuccesso nella bicameralina. Il no del capo dello Stato era messo in conto: la soluzione alternativa, la relazione alle Camere, era comunque a portata di mano.
Ma certo nessuno si aspettava una reazione così piccata. Del resto Napolitano è molto sconfortato perché aveva più volte indicato il federalismo come il tavolo giusto per mettere da parte «la spirale di scontro» e lavorare insieme per una legge che serve al Paese. Un provvedimento bipartisan, tenuto fuori dalle tempeste. Lo aveva ripetuto mercoledì a Bergamo: «Ci sono riforme all’ordine del giorno per le quali serve un corretto e costruttivo confronto istituzionale». Invece. Già il giorno prima era rimasto «deluso» dal comportamento del Pd, che nonostante le concessioni del centrodestra è voluto andare comunque alla conta pur di mettere in difficoltà il governo, sconfessando in questo modo l’appello presidenziale al disarmo bilanciato.
E adesso questo decreto, che sul Colle considerano «una prova di forza», un gesto unilaterale in netto contrasto alla disponibilità ad abbassare i toni dichiarata l’altro giorno da Silvio Berlusconi. «Sento il dovere - scrive Napolitano - di richiamare l’attenzione del governo sulla necessità di un pieno coinvolgimento del Parlamento, delle Regioni, degli enti locali». Il federalismo è cosa delicata che «suggerisce un clima di larga condivisione». Quando il governo ha scelto il dialogo «io ne ho dato più volte pubblicamente atto». Se stavolta «non c’è condivisione sul piano sostanziale, si eviti almeno una rottura sul piano procedimentale».
E questo è il motivo per cui il Quirinale ha deciso di giocare d’anticipo: meglio una nota dura subito che un no alla firma, con conseguente scontro istituzionale e conflitto di attribuzione con il premier. Tutto ciò però non significa che Napolitano lavori contro il federalismo. Anzi, come spiega a Bossi, «bisogna rinnovare quello che è necessario». E il Senatùr, che aveva telefonato preoccupato «capisce le ragioni» del presidente. Dice Roberto Calderoli: «Il capo dello Stato non ha fatto un intervento politico, è sopra ogni sospetto. Faremo come dice lui».