Il federalismo preoccupa i vescovi «Sulla sanità deve essere solidale»

Andrea Tornielli

nostro inviato ad Assisi

I vescovi italiani rispettano il federalismo ma auspicano che la devolution non abbia ricadute negative sul sistema sanitario italiano e sperano che la riforma preveda, se necessario, «qualche meccanismo di perequazione» per evitare che certe regioni siano penalizzate. È questo il messaggio che arriva da Assisi, dove si conclude oggi la 55ª assemblea generale della Cei e dove da ieri si discute del rapporto tra la Chiesa e il mondo della salute.
In una delle relazioni presentate ai vescovi, il direttore amministrativo dell’Università cattolica, Antonio Cicchetti, ha affermato che «bisognerà porre la massima attenzione per contrastare la formazione di 20 servizi sanitari regionali». Un mezzo per evitare che ciò accada, «potrebbe essere quello – ha continuato – che ogni anno con la legge finanziaria vengano fissati gli standard di servizio e i meccanismi centrali di verifica e di affiancamento. L’effetto auspicato è quello di un federalismo mitigato che lasci allo Stato il ruolo di tutelare i diritti dei cittadini. Si tratta – ha aggiunto Cicchetti – si dare attuazione all’articolo 119 della Costituzione, che prevede, in sede di allocazione delle risorse, un fondo perequativo (istituito con legge dello Stato) e la destinazione di risorse aggiuntive e di interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni». Cicchetti ha anche osservato che lo Stato dovrebbe garantire «l’attenuazione del divario tra nord e sud e la conseguente riduzione dell’emigrazione sanitaria e dei viaggi della speranza».
Lo stesso concetto è stato ripetuto durante la conferenza stampa da monsignor Giuseppe Merisi, membro della commissione Cei la sanità, fino alla settimana scorsa ausiliare di Milano e ora vescovo di Lodi. Merisi, attentissimo a non pronunciare giudizi sulla riforma, rispondendo a una domanda sulla preoccupazione dei vescovi per le regioni del Sud, si è limitato a dire: «C’è l’auspicio che il federalismo, che rispettiamo e che da tante parti è stato incoraggiato, sia solidale e preveda, se necessario per il futuro, qualche meccanismo di perequazione». «Si tratta – ha detto ancora il vescovo – dell’esigenza che in ambito sanitario il federalismo sia solidale. È un’esigenza che nasce dalla base e che noi facciamo presente nel rispetto per le competenze delle istituzioni civili». Merisi non ha escluso che dal dibattito ancora in corso possano emergere ulteriori «preoccupazioni», in particolare dai vescovi del Sud.
Nella prolusione di lunedì scorso, il cardinale Camillo Ruini le aveva definite «norme assai controverse». Ieri il Sir, servizio di informazione promosso dalla Cei, accennando al referendum, ha osservato: «Dirà il popolo sovrano se questa stagione di riforme costituzionali votate a maggioranza porterà ad un nuovo equilibrio costituzionale oppure resterà consegnata agli archivi come uno dei capitoli della lunga ed aggrovigliata transizione di questo decennio». Il testo della riforma, ricorda ancora il Sir «lungi dal limitarsi alla cosiddetta devolution, su cui si è fatto il massimo del battage, comporta cambiamenti assai rilevanti e non sempre del tutto chiari nella forma di governo, tanto da portare a quella che allora sì si potrebbe chiamare una “seconda Repubblica”. Su questi profili è necessario che si sviluppi di qui alla scadenza referendaria un pacato ma profondo dibattito, guardando alla sostanza dei problemi e non agli interessi a breve degli schieramenti e delle forze politiche, che la cronaca ci dimostra siano assai mutevoli».
Condivisione «totale» e «assoluta» delle preoccupazioni espresse dai vescovi è stata assicurata dal segretario dei Ds Piero Fassino e dall’ex ministro della Sanità Rosy Bindi. Il primo ha paventato il rischio di passare «da un unico sistema sanitario a 20 sistemi diversi che non garantiscono più pari trattamenti», la seconda ha affermato che vengono messi «in discussione i principi fondamentali di uguaglianza e solidarietà». Difende la riforma il ministro leghista Roberto Calderoli, che replica ai vescovi dicendo che con la devolution si punta a «20 sanità di serie A dal Brennero a Lampedusa, perché tutti hanno il sacrosanto diritto di essere curati e curati bene, consentendo altresì di cacciare chi oggi spende senza erogare servizi». Mentre il ministro della Salute Francesco Storace precisa: «Non mi risulta che la devoluzione metta frontiere ai confini tra regione e regione. La tutela dei livelli essenziali di assistenza resta in capo allo Stato». Anche il ministro degli Affari Regionali La Loggia mette i puntini sulle «i»: «Oggi la sanità è in legislazione concorrente tra Stato e Regioni, con la nostra riforma viene riportata nell’esclusiva competenza dello Stato, proprio per garantire tutti i cittadini allo stesso modo».