Federalismo, la riforma è arrivata al rush finale Bossi ha fretta: la Lega è in calo nei sondaggi

Ultime trattative in vista del voto di domani. Giorgetti: "Un pareggio in casa vale poco, ma fuori...". Telefonata fra Calderoli e Maroni. In caso di parità voto dell'Aula o proroga dei tempi

Roma «Un pareggio in casa vale poco, ma fuori casa...» scherza Giancarlo Giorgetti, segretario della Lega lombarda e braccio destro di Bossi, parlando di una partita che ha tutta l’aria di non essere calcistica. In campo, oggi e domani, ci sono maggioranza e opposizione, a palleggiarsi il decreto sul federalismo fiscale nell’apposita Commissione della Camera. Il risultato previsto è appunto un pareggio, 15 a 15, che come il famoso bicchiere, si può vedere come una mezza sconfitta ma anche come una mezza vittoria. In fondo il governo, anche con quell’esito numerico, «può sempre emanare il decreto» spiega Enrico La Loggia, presidente della bicamerale sul federalismo. Due ipotesi al vaglio sono un voto dell’Aula, per non essere accusati di scavalcare il Parlamento su una riforma strutturale come il federalismo, e una proroga per i tempi della legge delega sul federalismo.
Non è però certamente quel che la Lega si augurava. Calderoli, convinto che la riforma debba durare 50 anni, ha lavorato per ottenere il più ampio consenso da partiti e enti locali, e finora ci era riuscito (soltanto l’Udc ha sempre votato contro). Ma in mezzo ci si è messa la crisi di governo e le tensioni con i finiani, complicando la vita al federalismo fiscale. Il Pd voterà contro anche se l’Anci di Sergio Chiamparino (e di altre centinaia di sindaci Pd) ha dato l’ok, il Fli si opporrà anche se ha sempre votato a favore, così anche l’Idv. La linea del Carroccio, fissata (provocando una netta divergenza tra Calderoli e Maroni) nel vertice di lunedì a Milano, è però di far di tutto per venire incontro agli emendamenti delle opposizioni, accogliendone una parte in un nuovo emendamento del governo che prevede un fondo perequativo con cui lo Stato garantisce a Comuni e a Province le risorse per assolvere alle loro funzioni fondamentali. Non perché si speri più di tanto di convincere Pd o Idv ad astenersi, ma per far passare l’idea che mentre la maggioranza ha lavorato per un testo condiviso, l’opposizione ha detto no in modo pregiudiziale. Anche l’incontro di Di Pietro con Calderoli, ieri al ministero, non ha cambiato le sorti della votazione prevista per domani.
Nella Lega sembra rientrato il conflitto di vedute di Maroni e Calderoli. Il ministro dell’Interno non era affatto convinto che cercare l’appoggio dell’Idv fosse una buona idea, e l’ha sostenuto malgrado Calderoli insistesse per tentare. Ieri, però, i due ministri si sono sentiti e chiariti con una lunga telefonata. Resta una doppia sensibilità nella Lega su voto anticipato e accanimento terapeutico sul governo. Maroni rappresenta l’anima più vicina alla base, che guarda con più scetticismo alla sopravvivenza dell’attuale assetto. Calderoli invece sta vestendo i panni del «pompiere», almeno per portare avanti il più possibile il federalismo fiscale, operazione che porta in gran parte la sua firma. Bossi condivide entrambe le prospettive, ma da vecchia volpe manda avanti i suoi colonnelli. Inutile nascondere che la Lega è in fibrillazione. Bossi ha in mano sondaggi riservati che danno una buona popolarità a lui, ma numeri in lieve calo per la Lega, novità molto negativa. Segno che la palude romana sta infettando, agli occhi del popolo leghista, anche la Lega. «Bisogna uscirne, così non si va avanti» ripetono gli uomini di Bossi. Sul federalismo fiscale non si cadrà. Ma solo per ora.