"Il federalismo? Stavolta ci siamo, vediamo terra come Colombo"

Intervista a Roberto Maroni, ministro dell'Interno: "E' l'unico strumento per ridurre le tasse. Spero che Veltroni colga questa opportunità, altrimenti faremo da soli"

da Roma

Il federalismo fiscale sembra mettere d’accordo governo e Pd. E il leader del Carroccio, Umberto Bossi, chiede che il dialogo sulle riforme con l’opposizione vada avanti. Ministro Maroni, dopo oltre un decennio di battaglie, il sogno della Lega si avvera?
«Meglio tardi che mai».
Insomma, è fatta?
«Ci siamo, oggi i tempi sono davvero maturi. Abbiamo davanti a noi una stagione straordinaria sul fronte delle riforme. E tutto ciò... mi emoziona».
Addirittura?
«È proprio così, non mi nascondo. E sa perché?».
No, dica pure.
«Perché abbiamo resistito per anni e combattuto a lungo, insieme a Umberto. Ci sono stati molti momenti difficili e abbiamo addosso ancora le cicatrici delle sconfitte. Ma adesso possiamo gridare “Terra!” e ci sentiamo tutti un po’ come Cristoforo Colombo... ».
Occhio, ministro. Lui pensava di aver scoperto le nuove Indie e non l’America...
«Sì, ma il nostro governo non naviga a vista. Abbiamo fatto in due mesi ciò che Romano Prodi non è riuscito a produrre in due anni e proseguiremo su questa strada. La nostra rotta è sicura e veleggiamo con il vento in poppa, guidati da un presidente del Consiglio di cui ci fidiamo - sia chiaro a tutti, anche ai fantasiosi retroscenisti - in maniera assoluta. E che sul federalismo fiscale ha incaricato i “guardiani” Bossi e Tremonti - il primo per la coerenza dei contenuti, il secondo per la sostenibilità finanziaria - di fare tutto ciò che serve, e quindi anche di dialogare con l’opposizione, per raggiungere l’obiettivo. Tradotto: la Lega sa che Berlusconi mantiene i patti e a lui va il nostro pieno appoggio».
Sì, ma come la mettiamo se il Pd, per qualche motivo, un giorno decidesse di non volersi più confrontare?
«Per quanto ci riguarda non cambierebbe nulla. Noi andremo avanti pure da soli».
Quindi non vi preoccupano più di tanto le recenti affermazioni di Walter Veltroni, convinto che il dialogo possa anche attendere, perché la vera emergenza del Paese è rappresentata dagli stipendi?
«Guardi, io spero davvero che il Pd sia della partita e che sappia cogliere, essendo la parte che definirei più normale della sinistra, la grande opportunità che gli si prospetta. Da Di Pietro - che inseguendo Beppe Grillo sta diventando una macchietta - non mi aspetto nulla di costruttivo, visto che la strada che ha scelto è quella dell’insulto, a cui si risponde semmai con le querele. Veltroni, invece, oggi ha il dovere politico e morale di contribuire».
Ottimista?
«Sì, come sempre. E secondo me con la sua dichiarazione voleva semplicemente segnalare che il dialogo può attendere fino a settembre. Come dire, aspettiamo che passi l’estate, giusto il tempo di ricaricarci».
E se non fosse così?
«In caso contrario, il governo a settembre presenterà ugualmente il provvedimento, già previsto nel Dpef. Anche perché, abbiamo una maggioranza compatta e tutti, dico tutti, sono d’accordo sul federalismo fiscale, che oggi rappresenta l’unico strumento per aumentare gli stipendi, ridurre la pressione fiscale e rendere efficiente lo Stato».
In perfetta linea con quanto dichiarato dal ministro dell’Economia.
«Assolutamente sì. Stamattina (ieri mattina, ndr) ho chiamato Tremonti per complimentarmi per quanto spiegato da lui in un’intervista. La sua è una visione concreta dei fatti, che la Lega condivide al 100%. E parlare una lingua comune è anche il valore aggiunto, la forza del nostro esecutivo. In grado di decidere con una maggiore coesione rispetto al passato, senza scossoni né tentennamenti. Senza quegli intoppi che vi furono, invece, nelle precedenti esperienze di governo, a causa dell’Udc e degli altri partiti minori».
È una chiusura netta su eventuali future alleanze con i centristi di Pier Ferdinando Casini?
«Mettiamola così: abbiamo già dimostrato alle scorse elezioni che l’alleanza Pdl-Lega non ha bisogno di nuovi soci. E un’eventuale richiesta d’ingresso da parte dell’Udc sarebbe fuori tempo massimo».
A proposito di elezioni, sul tappeto delle riforme fa capolino di nuovo la legge elettorale, anche se in chiave elezioni europee. Che fare?
«In vista del voto del prossimo anno, credo sia giusto rivedere i meccanismi che hanno favorito l’attuale frammentazione e che, ad esempio, hanno permesso ad un candidato di un partito con lo 0,6% di consenso nazionale di sedere all’Europarlamento. Si deve quindi intervenire, introducendo uno sbarramento».
Con quale soglia?
«Le proposte sono al momento diverse e nello specifico se ne sta occupando il ministro Roberto Calderoli».
A proposito di Calderoli, sul «Porcellum» pende sempre la mannaia del referendum.
«L’attuale legge elettorale, tanto bistrattata, in realtà ha funzionato, portando stabilità ed eliminando la frammentazione. Con l’approvazione del referendum si creerebbe solo un danno e non si risolverebbe la questione principale che sta a cuore ai cittadini: la reintroduzione, cioè, delle preferenze. Ecco perché faremo di tutto per evitare che si raggiunga il quorum. Il “Porcellum” andrebbe invece rivalutato. E Roberto, all’epoca, peccò d’ingenuità».
Cioè?
«Non doveva definire la sua legge una “porcata”. Boh, forse non ci credeva neppure lui, ma alla fine ha avuto ragione».