Federer l’immortale: «Mai stato così bene ed è il mio anno nero»

«Scusate, ero un po’ raffreddato. Eppoi una delle gemelle è venuta nel lettone alle 4 del mattina e non mi ha fatto dormire». Detto così sembrerebbe quasi una battuta, ma Roger Federer era molto serio subito dopo aver vinto Parigi Bercy, ovvero il torneo che ha preceduto l’avvio del Masters di Londra avvenuto ieri e che aveva appena vinto regolando Tsonga in due set. Diventando il secondo tennista della storia dopo Andrè Agassi a vincere in Francia sia il Roland Garros che il suo fratellino indoor. Ecco, questa è infine la storia, perché poi da Tsonga a Tsonga non è cambiato niente e ieri il Masters è cominciato con una vittoria contro il francese, seppur questa volta in tre set (6-2, 2-6, 6-4), che ha inaugurato le Atp finals 2011 in cui lo svizzero parte ancora una volta favorito. E questo seppure sia reduce dalla sua stagione peggiore da 7 anni a questa parte.
Insomma: quante volte abbiamo dato per finito Roger Federer? Troppe, perché lui non ha nessuna intenzione di farsi da parte. Lo ha detto chiaramente alla vigilia del torneo nel quali l’eterno rivale Nadal gioca - acciaccato - nel suo girone (con, appunto, Tsonga e Fish), mentre Djokovic e Murray si sfidano nell’altro (con Berdych e Ferrer). E nonostante la formula del Masters sia l’unica in cui chi perde una partita può vincere (alla fine) lo stesso, Roger ieri non ha dato l’impressione di uno che voglia mollare un colpo: «Ho visto Murray vincere tre tornei in Asia prima di venire qui, è in un grande momento di forma. Però, con tutti il rispetto, lì non c’eravamo né io né Djokovic. Con tutto il rispetto...».
E allora: quante volte è resuscitato Roger Federer? Sicuramente anche adesso, visto che con quella di ieri ha fatto 13 nel numero di successi consecutivi dalla semifinale degli UsOpen persa con Djokovic. «Non mi sono mai sentito bene come in questo periodo» ha detto lo svizzero a proposito del suo anno (quasi) orribile, quello in cui non ha vinto neppure uno Slam, ed in effetti gioca che è una meraviglia. Per moltissimi (la meraviglia) ma non ad esempio per il suo primo coach Paul Dorochenko, l’uomo che ha avuto il fenomeno in cura per tre anni portandolo dal numero 680 al 36 del ranking mondiale e che in una recente intervista ha messo tutti sull’attenti: «Non illudetevi: Roger può continuare a giocare fino a 40 anni. Gli altri no». Ecco, vedendo Federer ieri il dubbio viene, soprattutto quando Dorochenko spiega con logica che la sua affermazione non è fantascienza: «Quando decisi di allenarlo era giovane, dicevano che fosse un ragazzo difficile da gestire, iperattivo dalla mattina alla sera, che non stava un attimo zitto, spaccava racchette, cantava e urlava come un matto quand'era sotto la doccia. Difatti lo punivano spesso: un giorno lo mandarono a ripulire i campi alle 6 del mattino, con temperature sotto lo zero. Io però mi sono accorto che era un predestinato: la sua tecnica era ed è rimasta scolastica, ma il suo gioco di gambe e il suo talento facevano la differenza. Eppoi è sempre stato molto esigente e perfezionista e questo alla fine conta: i suoi avversari hanno costruito la carriera soprattutto sulla forza mentale e sulla forza fisica, così cali di concentrazione e infortuni diventano determinanti. Roger no: lui è ancora integro. E può vincere ancora tanto».
Per questo la sconfitta contro Jo-Wifried Tsonga a Wimbledon (da due set a zero a due set a tre) poteva essere un capolinea, per questo il successo di Parigi è stato il rilancio. E per questo la vittoria di ieri è solo l’antipasto del futuro: «Sono contento perché lui ha servito benissimo per tutto il match. Però ho vinto io». Perché da Tsonga a Tsonga in verità magari qualcosa è cambiato. Tranne una: Roger Federer.