Federer con l’incubo Canas ma ogni campione ha un tabù

Borg soffriva Panatta, la Juve ha perso due scudetti a causa del Perugia e la Brunet terrorizzava la Idem

Sarà pur vero, come predicava un antico maestro delle arti marziali, che la vittoria e la sconfitta sono due impostori. Ma quando è un fuoriclasse a cadere, magari nella trappola di un avversario meno quotato, ai due impostori che regnano sui risultati sportivi si concede credito con un gusto perverso. Se poi la caduta si ripete contro lo stesso rivale o nella stessa gara, il credito e il gusto aumentano. Anzi, tutti urlano che il campione ha trovato il suo incubo. La sua bestia nera.
Nera come l'umore di Roger Federer, l'asso svizzero del tennis, che in settimana si è fatto battere da Guillermo Cañas, un ragazzo di Buenos Aires meno famoso, meno ricco, meno bello di lui. Eppure capace, nel giro di due settimane, di sconfiggere due volte l'indiscusso re del circo, prima a Indian Wells, interrompendo una striscia di 41 vittorie di fila dell'elvetico, poi a Miami. E dire che Federer ha già un rivale con cui tormentarsi nelle notti insonni, quel Rafael Nadal che nel 2006 lo ha superato in finale a Dubai, Roma, Montecarlo e Roland Garros. Solo che Nadal è il numero 2 al mondo, Cañas il 55: nel 2005 era ottavo, ora sta risalendo le classifiche dopo una squalifica per doping. «Cañas vale più della sua posizione? Chi se ne frega», ha sibilato Federer a Miami. Salvo poi sputare il nocciolo della verità. «Non sono molto abituato a perdere».
Nessuno ha stabilito quanti castighi inflitti a un rivale occorrano per ottenere il titolo di «bestia nera». Per esempio, per rimanere al tennis, Panatta ha battuto Borg, quando Borg era un marziano per due volte al Roland Garros, nel ’73 e nel ’76, così che ad ogni incrocio il campione svedese sudava freddo. E non è solo questione di avversari. La maledizione si manifesta pure in altri modi. Il marocchino Hicham El Guerrouj, sultano del mezzofondo, pareva inviso agli dei dell'Olimpo: dopo la caduta nella finale dei 1500 di Atlanta 1996 e la sconfitta subita dall'inatteso keniano Ngeny a Sydney 2000, ha rischiato di saltare Atene 2004 per problemi respiratori. Si è rifatto vincendo 1500 e 5000 sotto il cielo greco. Ci sono poi campioni veri per cui la bestia nera è un oro inafferrabile, come il ciclista olandese Joop Zoetemelk, olimpionico e iridato: un Tour de France vinto, sei chiusi secondo fra '70 e '82. Oppure squadre come la Juventus che hanno vinto tutto, ma che quando incontrano il Perugia nell’ultima giornata di campionato finiscono per perdere tutto: partita e scudetto. È accaduto nel ’76 (titolo al Torino) e nel 2000 (titolo alla Lazio). Ma cosa significa avere quel bau-bau sotto il letto? Risponde la pluridecorata azzurra della canoa Josefa Idem, che, a 42 anni, insegue il sogno di gareggiare ai Giochi di Pechino. «Ricordo la canadese Caroline Brunet: prima di Sydney mi ha battuto in otto gare su nove. Mi chiedevo: è lei che è più forte o sono io che mi aspetto già di perdere? Ho reagito lavorando nell'attesa di sorprenderla non al meglio della forma". Olimpiadi 2000, K1 500 metri: prima la Idem, seconda la Brunet.
«Vale sempre la lezione di un allenatore come Aza Nikolic», interviene Dino Meneghin, classe 1950, numero uno per presenze nel campionato di basket italiano: «Se hai 20 punti di vantaggio, cerca di salire a 30. Chi perde si ricorderà meglio di te». Diventare una bestia nera prima che qualcuno diventi la tua. «I miei rivali peggiori? Art Kenney, guerriero dell'Olimpia Milano anni '70, ma anche certi campi in Grecia». E, a volte, pare non risolvibile. Chiedere a Samuele Papi, veterano dell'Italvolley quinto ai mondiali giapponesi di novembre e battuto dal Brasile, che non superiamo dal 2003. «La dipendenza psicologica c'è, anche se non si ammette. Il Brasile è più forte tecnicamente ma è vero che appena finiamo sotto, abbiamo già paura di non farcela».
Come si esorcizza i precedenti, allora? «Dimenticando chi sei e chi ti credi di essere. Un atleta non “è” le sue vittorie e le sue delusioni, “ha” vittorie e delusioni», chiude Giuliano Bergamaschi, motivatore sportivo. «E il passo decisivo è ripartire accettando la fatica».