Federer spaventato da Baghdatis soffre, lo batte, piange di sollievo

Marco Lombardo

Si può piangere ancora. Anche con in mano il settimo trofeo di un Grande Slam, anche dopo aver vinto una finale che non si poteva perdere, anche sapendo di essere il numero uno del tennis, presente e forse passato. Piange ancora Roger Federer che ha conquistato l’Open d’Australia battendo in quattro set la sorpresa cipriota Marcos Baghdatis, faticando all’inizio quando il punteggio - 7-5, 2-0 e palla per il 3-0 per il suo avversario - lo faceva «sudare come un pazzo». E piange come fosse la prima volta, quella del primo Wimbledon, senza trovare le parole al microfono per ringraziare tutti, gli Dei del tennis, la fidanzata Mirka, il coach Tony Roche e la leggenda Rod Laver che lo ha abbracciato e premiato, consegnandogli definitivamente il testimone della storia. Lo stesso Laver, l’ultimo a fare Grande Slam nel 1969, a cui Roger non aveva ancora rivolto la parola fino a giovedì scorso, quando è stato organizzato un incontro tra i due numeri uno. Perché nella precedente occasione, un viaggio nella stessa macchina dallo stadio all’hotel, Federer era rimasto in disparte e zitto «per una questione di rispetto».
Non sapeva cosa dire lo svizzero, il Guglielmo Tell del tennis che non sbaglia mai mira, dopo aver raggiunto l’ennesimo record della sua straordinaria carriera di campione solitario: quello di Melbourne è il terzo Slam consecutivo, il ruolino di un certo Pete Sampras che dieci anni fa - agli stessi 24 anni e mezzo di Federer cioè - aveva anche lui già portato a casa sette successi nei tornei maggiori. Ricorsi del tennis.
E le lacrime, quelle di Roger, non erano finte «ma di sollievo» - come dirà poi ritrovando la parola - perché la finale non è stata una passeggiata, perché il torneo non è stato facile, perché - è questa è la brutta notizia per gli altri - a Melbourne non si è visto il Federer migliore. Eppure ha vinto lo stesso. Dunque è finita come da pronostico, «eppure me la sono vista brutta, ad un certo punto ho pensato anche che avrei potuto perdere perché Marcos giocava benissimo. Solo nel quarto set, quando ho visto che ha chiamato il massaggiatore perché aveva i crampi, ho capito che era fatta. Ma all’inizio ho sentito tanta pressione. Sapete, sono umano anch’io».
Così adesso non resta che consultare gli almanacchi, recitare statistiche, giocare con i paragoni della storia, perché in campo - come ha detto il tedesco Kiefer, l’avversario sconfitto in semifinale - «noi giochiamo a tennis, lui sta su un altro pianeta». Roger incassa i complimenti con la solita modestia, anche se comincia a pensare che forse non è più il caso di negare l’evidenza: «Be’, certo, sto cominciando a lasciare alcuni degli idoli della mia giovinezza dietro di me, e questo significa qualcosa. Però gente come Becker ed Edberg resteranno i miei idoli per sempre. E poi Laver, lui qui ha uno stadio che porta il suo nome, io non penso che avrò mai un onore del genere. Magari in Svizzera, ma non in un impianto del Grande Slam». Che pure Federer sta pianificando - il Grande Slam, non l’impianto -, perché se Wimbledon è sempre il suo torneo di casa, se agli Us Open si potrà ripetere, il vero obiettivo è trionfare a Parigi, la vera sfida del 2006, quella del numero uno contro tutti: «Ci sto pensando, spero di arrivare al Roland Garros più in forma di adesso. Ma non credo di dover cambiare molto del mio gioco, già l’anno scorso ero andato bene. Mancano particolari, solo particolari». Lo pensa anche Rod Laver, il mito, asciugando le lacrime di Federer: «Per lui l’età non sarà un problema. Con il suo modo di giocare potrà continuare a dominare il tennis fino a 32-33 anni». Come dire: poi alla fine a piangere saranno sempre gli altri.

Finale maschile. Federer (Svi) b. Baghdatis (Cip) 5-7, 7-5, 6-0, 6-2